Dall’altra parte ci fu un breve silenzio.
«Signora Rinaldi, proprio domani?»
Carmela guardò il tovagliolo macchiato di marmellata accanto alla busta ancora sigillata.
«Sì. Perché credo che i miei figli abbiano appena dimenticato chi possiede davvero questa casa.»
La mattina seguente, alle nove meno dieci, Carmela era già seduta davanti allo studio notarile in via Indipendenza. Aveva dormito poco, ma non per il dolore. Per la prima volta da anni aveva passato una notte intera senza giustificare i propri figli nella sua testa.
Il notaio Bellini la accolse con la stessa discrezione con cui aveva seguito la successione di Ernesto.
«Mi dica.»
Carmela posò sul tavolo il quaderno blu, la busta e il tovagliolo piegato.
Bellini guardò prima lei, poi la macchia di marmellata ormai secca.
«Questo cos’è?»
«La cosa più utile che mi abbiano regalato ieri.»
Aprì il quaderno. Ernesto aveva annotato lì, con la sua calligrafia inclinata, ogni pagamento importante fatto per i figli negli ultimi venticinque anni: l’anticipo dell’auto di Maurizio, il prestito mai restituito a Patrizia, due bonifici a Giacomo quando la sua attività era quasi fallita. Non era un libro dei rancori. Era una contabilità precisa, nata perché Ernesto temeva che, un giorno, qualcuno confondesse l’affetto con un obbligo infinito.
La busta, invece, conteneva una copia di una vecchia dichiarazione privata. L’appartamento non era l’unico bene. Ernesto aveva lasciato a Carmela anche una quota di un piccolo locale commerciale, affittato da anni a una merceria, e un deposito titoli che nessuno dei figli conosceva con esattezza.
«Non voglio punirli», disse Carmela.
Bellini la guardò sopra gli occhiali.
«E cosa vuole?»
Carmela pensò alla nipotina Elena e al cucchiaino fermo.
«Voglio smettere di premiare il disprezzo.»
Il notaio non sorrise. Annui soltanto.
Le spiegò che poteva riorganizzare le disposizioni rispettando le quote previste dalla legge, destinare la parte disponibile a chi desiderava e stabilire con chiarezza l’uso di alcuni beni. Carmela ascoltò con attenzione, facendo domande precise.
Non cercava una vendetta spettacolare. Cercava confini.
Decise che la quota disponibile del patrimonio sarebbe andata a un’associazione bolognese che offriva assistenza domiciliare agli anziani soli. Il locale commerciale sarebbe stato destinato, per la parte consentita, a creare un piccolo fondo di studio per i nipoti, amministrato da un professionista esterno fino alla maggiore età. Quanto all’appartamento, Carmela non aveva intenzione di lasciarlo vuoto in attesa che i figli litigassero sulle pareti da abbattere.
«Vorrei anche valutare la vendita della nuda proprietà o, se è più semplice, una soluzione che mi garantisca di restare qui finché vivo e di usare il denaro per me.»
Bellini si appoggiò allo schienale.
«Questo cambia molte cose.»
«È proprio quello che voglio.»
Due giorni dopo, Maurizio telefonò.
Non per chiederle come stava.
«Mamma, sabato viene un geometra a dare un’occhiata alla parete.»
Carmela rimase in silenzio un secondo.
«No.»
Dall’altra parte ci fu una pausa lunga.
«Come, no?»
«Nessun geometra entra in casa mia.»
Maurizio rise, ma era una risata più corta del solito.
«Casa tua? Mamma, prima o poi sarà nostra.»
Carmela guardò il quaderno blu sul tavolo.
«Prima o poi è una frase molto lunga.»
Lui cambiò tono.
«Chi ti sta mettendo queste idee in testa?»
Quella domanda le fece capire quanto poco la conoscesse ancora. Per Maurizio, una madre di settant’anni non poteva avere un’idea nuova da sola. Doveva esserci un vicino, un avvocato, un’amica, qualcuno che la manipolasse.
«Nessuno. È proprio questo il punto.»
Chiuse la telefonata per prima.
Il giorno seguente Patrizia arrivò senza avvisare. Portava una scatola di pasticcini veri e un mazzo di fiori comprato al supermercato.
«Mamma, possiamo parlare?»
Carmela la fece entrare.
Patrizia posò i fiori sul tavolo, proprio dove tre sere prima c’era stata la torta marcia.
«Maurizio dice che sei arrabbiata.»
«Maurizio dice tante cose.»
«Era uno scherzo.»
«Lo so. L’avete detto tutti.»
Patrizia sospirò.
«Non volevo ferirti.»
Carmela la guardò negli occhi.
«Chi ha scritto la frase sulla torta?»
Patrizia abbassò lo sguardo.
«Io.»
«E chi ha comprato la panna scaduta?»
«Maurizio.»
«E chi ha deciso di filmare?»
«Giacomo.»
«Allora avete lavorato bene insieme.»
Patrizia strinse le labbra.
«Stai facendo sembrare tutto peggio di quello che era.»
Ecco la seconda ferita. Non la cattiveria, ma il tentativo di ridurla a incomprensione.
Carmela aprì un cassetto e tirò fuori il tovagliolo macchiato.
«Io non devo far sembrare niente. Me lo avete lasciato sul tavolo.»
Patrizia si irrigidì.
«Perché lo hai conservato?»
«Per ricordarmi come mi sono sentita quando comincerete a dirmi che ho esagerato.»
Patrizia raccolse la borsa.
«Se vuoi fare la vittima, fai pure.»
Prima di uscire aggiunse, quasi senza voltarsi:
«Però non prendere decisioni economiche solo per rabbia.»
Carmela capì che anche quella visita non era stata per lei.
Era stata per il patrimonio.
La prima persona a cambiare atteggiamento fu Elena.






