Quando mia madre mi disse che avevano venduto il violoncello di mia figlia undicenne per 87.000 euro, non alzò nemmeno la voce. Era seduta al tavolo della cucina dei miei genitori, a Casalecchio di Reno, e mi spiegava con la calma di chi crede di aver già vinto che quei soldi erano serviti a costruire una piscina nel giardino di mia sorella Elena, “così almeno i bambini ne godono davvero”.
Per qualche secondo sentii solo il ronzio del frigorifero e il cucchiaino di mio padre contro la tazzina. Avevo lasciato lì il violoncello di Sofia tre mesi prima, durante i lavori nel nostro appartamento a Bologna. Era custodito nella sua custodia blu scuro, con un piccolo nastro rosso legato da Sofia alla maniglia. Quella custodia non era più nell’angolo della stanza degli ospiti.
«Venduto a chi?» chiesi.
Mio padre si strofinò il pollice sul bordo della tazza. «A una persona seria. Tramite un intermediario di Modena.»
«E chi vi ha autorizzati?»
Mia madre, Mirella, piegò il tovagliolo in quattro. «Chiara, non ricominciamo. Sofia ha undici anni. Tra sei mesi magari vuole smettere. Elena invece ha due figli, una casa, un mutuo. Era denaro fermo dentro una scatola.»
Quella frase mi fece più male del numero. Denaro fermo dentro una scatola.
Sofia suonava da quando ne aveva sette. Si alzava il sabato senza che la chiamassi, scaldava le dita sul tavolo e ripeteva lo stesso passaggio finché non le usciva pulito. Il violoncello era entrato nella nostra famiglia molto prima di lei: apparteneva a mia nonna Ada, che lo aveva affidato a Sofia perché, come diceva, “gli strumenti devono stare vicino a chi li fa respirare”.
«Ottantasettemila euro,» ripetei. «E li avete usati per la piscina di Elena.»
Mia madre sospirò. «Non tutta la cifra per la vasca. Ci sono stati lo scavo, la pavimentazione, la copertura, il giardino. E comunque è famiglia.»
Mio padre aggiunse, quasi offeso: «Elena non ti ha mai chiesto niente.»
Il telefono vibrò sul tavolo. Era proprio Elena.
La richiamai davanti a loro.
«Lo sapevi?»
Silenzio. Poi un respiro lungo. «Sapevo che mamma e papà avevano trovato dei soldi per sistemare il giardino.»
«Elena.»
«Va bene. Sapevo che volevano vendere lo strumento. Ma pensavo fosse una cosa di famiglia. E, Chiara, non puoi farmi passare per un mostro. I miei bambini non c’entrano.»
«Sofia invece c’entra?»
Non rispose subito. «Può usarne uno della scuola.»
Mi tornò in mente un pomeriggio di quando avevo quattordici anni. Avevo messo da parte i soldi di due compleanni per un corso estivo di disegno; mia madre li prese per pagare a Elena una trasferta di ginnastica. Allora mi disse la stessa cosa: tua sorella ne ha più bisogno.
Posai il telefono senza urlare. Fu quasi questo a innervosire mia madre.
«Adesso cosa fai?» domandò.
«Prima chiamo la nonna.»
Per la prima volta, mio padre sollevò gli occhi di scatto.
Lo notai.
Ada aveva ottantaquattro anni e una memoria che mia madre liquidava spesso come “troppo precisa per il suo bene”. Quando le dissi che il violoncello non era più a casa dei miei, rimase zitta per alcuni secondi.
«Quanto?» chiese.
«Ottantasettemila.»
«Capisco.»
Nient’altro.
«Nonna, lo sapevi?»
«No. Ma adesso so abbastanza. Non discutere con loro. E non firmare niente.»
Due giorni dopo mia madre mi mandò un messaggio con l’invito alla festa d’inaugurazione della piscina da Elena. Domenica, pranzo in giardino. “Facciamo pace e chiudiamola qui”, aveva scritto.
Non volevo andarci. Sofia nemmeno. Ma la nonna mi telefonò la sera prima.
«Tu vieni,» disse. «E porta Sofia.»
La domenica il giardino di Elena odorava di cloro, carne alla griglia e erba appena tagliata. La piscina occupava quasi tutto il prato. I bambini correvano con i piedi bagnati sulle nuove piastrelle chiare. Mio cognato mostrava agli zii il sistema di copertura. Mia madre versava prosecco come se quella fosse una festa qualsiasi.
Quando arrivammo, le conversazioni si abbassarono di tono. Una zia baciò Sofia e guardò subito altrove. Mio padre venne verso di noi, poi si fermò vedendo Ada dietro di noi.
Mia nonna indossava il suo cardigan grigio e teneva sotto il braccio una cartellina rigida color sabbia.
Mirella sbiancò appena.
«Mamma,» disse, «che cos’è quella?»
Ada non rispose. Posò la cartellina sul tavolo accanto a una ciotola di patatine, aprì l’elastico con calma e tirò fuori il primo foglio.
Poi guardò mia madre e mio padre uno alla volta.
«Voi non avete venduto il violoncello di Sofia,» disse. «Avete venduto il mio.»
Per un momento nessuno si mosse. Sentii soltanto il filtro della piscina e il rumore di un pallone che rimbalzava dall’altra parte della siepe.
Mia madre fu la prima a reagire.
«Mamma, non fare teatro davanti a tutti.»
Ada si voltò appena verso di lei. «Non sono venuta a fare teatro. Sono venuta perché mi hai costretta a portare i documenti a un pranzo di famiglia.»






