«Sua madre credeva che quel dittafono stesse registrando solo quello che accadeva dentro il capanno», disse la detective. «Credeva di raccogliere prove della presunta instabilità isterica di Maya, registrazioni audio in cui sua moglie, piegata dai crampi, dalla fame e dal delirio, potesse pronunciare mezze frasi estorte con l’inganno, ammissioni strappate con la tortura psicologica da mostrare poi a lei al suo rientro, per dirle: ‘Guarda, Caleb, guarda cosa confessa la donna che hai sposato mentre eri via’. Ma Evelyn non è esperta di tecnologia quanto crede».

Santos si chinò in avanti, appoggiando i gomiti alle ginocchia. «Quel modello di registratore digitale ha una funzione di back-recording continuo di trenta secondi e un raggio di ricezione omnidirezionale ad altissimo guadagno. E quando l’altra sera Evelyn è uscita nel vialetto laterale per parlare al telefono, credendo di essere fuori portata, il microfono era appoggiato proprio contro la fessura d’aerazione inferiore del capanno. Ha captato ogni singola parola della conversazione che ha avuto martedì notte».

«Con chi stava parlando?»

«Con un medico di una clinica privata non accreditata a Gary, nell’Indiana. Uno specialista che esegue interruzioni e induzioni clandestine del parto a domicilio». La voce di Santos si abbassò a un sussurro gelido come la lama di un bisturi. «Sua madre non aveva alcuna intenzione di lasciare che Maya rimanesse viva fino al suo ritorno venerdì, Caleb. Il piano non era di farvela trovare lì dentro. Evelyn sapeva che Maya non avrebbe mai firmato quel documento. Il nastro lo dimostra: martedì notte, rendendosi conto che sua moglie preferiva morire piuttosto che cedere il suo bambino, Evelyn ha concordato l’arrivo di quel medico per giovedì notte. Per stasera».

Il mondo intorno a me collassò in un abisso di silenzio assoluto. Non sentivo più il monitor dell’ospedale, non sentivo le voci delle infermiere, non sentivo il ronzio del neon.

«Voleva… voleva indurle il parto nel capanno?» chiesi, con le parole che faticavano a prendere forma nella bocca secca.

«Voleva svuotarle l’utero, inscenare una rottura d’utero spontanea da emorragia interna dovuta a un aborto clandestino autoinflitto, far ritrovare il corpo senza vita di Maya e incolpare la sua presunta disperazione per essere stata scoperta. E lei, Caleb, sarebbe tornato a casa venerdì pomeriggio trovando sua madre in lacrime, pronta a consolarla per la perdita della moglie ‘instabile’ e a prendersi cura di lei per il resto dei suoi giorni».

Mi alzai in piedi di scatto. La sedia di plastica cadde all’indietro sul pavimento lucido con un fragore secco che fece voltare due guardie giurate all’inizio del corridoio. Non urlai. Non ne avevo la forza. C’era dentro di me un vuoto d’aria così compatto e denso da minacciare di far implodere il torace.

Ero arrivato a casa con due giorni di anticipo solo perché una riunione con un fornitore di componenti meccaniche a Chicago era saltata per un improvviso sciopero dei trasportatori. Se quel fornitore avesse firmato il contratto, se avessi preso il volo del venerdì mattina come previsto, se non avessi comprato quel cibo thailandese al centro commerciale… Maya sarebbe stata seppellita in una bara bianca, e io avrei passato i successivi cinquant’anni a piangere sulle spalle dell’assassina di mia moglie e di mio figlio.

«Signor Campbell, si rimetta a sedere», ordinò la detective Santos con calma ferma, alzandosi a sua volta e posandomi una mano salda sull’avambraccio. «Non perda il controllo adesso. Abbiamo bisogno della sua testimonianza formale. E c’è una cosa che deve fare prima che l’avvocato di sua madre tenti di richiedere il rilascio su cauzione domani mattina».

«Cauzione?» ringhiai, e la parola mi uscì come il latrato di una fiera ferita. «Quella donna non deve mai più vedere la luce del sole. Mai più!»

«L’avvocato che si è presentato al distretto venti minuti fa è Richard Vance», continuò Santos. «Il capo del collegio legale di suo padre. Si è presentato con una valigetta piena di certificati medici che attestano un principio di demenza senile e deterioramento cognitivo a carico di Evelyn, cercando di far decadere l’imputabilità penale e chiedendo il trasferimento immediato in una clinica psichiatrica privata di lusso a Lake Forest. Se Vance riesce a convincere il giudice domani che si è trattato di un episodio dissociativo senile, non vedrà mai un’ora di prigione statale. Il patrimonio di suo padre ha abbastanza risorse da comprare perizie psichiatriche fino al giorno del giudizio».

«Non ha nessuna demenza», sibilai, sentendo il sangue che tornava a pompare calore nelle dita, non più con freddo terrore, ma con un odio puro, lucido, affilato come il vetro. «Evelyn è la persona più lucida, calcolatrice e meticolosa che abbia mai camminato su questa terra. Ricorda ogni singolo centesimo speso per le mie lezioni di pianoforte quando avevo sei anni. Ricorda ogni offesa, reale o immaginaria, subita negli ultimi cinquant’anni. Ha pianificato tutto questo minuto per minuto».