Il fruscio dei passi di Allison sull’erba secca suonò nel cortile come una detonazione. Non c’era vento, non c’era il brusio della musica che fino a dieci minuti prima rimbalzava dalle casse sul retro del portico; c’era soltanto quel passo lento, cauto ma inarrestabile, e il rumore rauco del mio stesso respiro che cercava di strappare aria alla polvere.

Mio marito, David, rimase immobile per una frazione di secondo, colto dall’incredulità tipica degli uomini abituati a considerare la volontà altrui come un semplice prolungamento della propria. Le sue mani, ancora sporche del grasso del paraurti e della canapa ruvida con cui aveva legato le mie caviglie inerti, si contrassero lungo i fianchi.

«Allison, fermati lì dove sei,» disse lui. La sua voce tentò di ritrovare quel tono cameratesco, a metà tra il rimprovero affettuoso e l’autorità indiscussa, che usava sempre per rimettere in riga chiunque osasse deviare dal copione delle sue serate. «Non peggiorare le cose. Non sai di cosa stai parlando.»

Allison non rispose. I suoi sandali estivi calpestarono il solco che il mio corpo aveva scavato nella terra battuta. Quella traccia scura, segnata da brandelli della mia camicia strappata e da piccole macchie lucide di sangue dove i miei gomiti avevano ceduto all’attrito, era una linea di demarcazione che nessuno poteva più ignorare. Non era una goliardata tra amici ubriachi; era la scena di un crimine consumato sotto la luce crudele del tramonto.

Quando Allison si inginocchiò accanto a me, sentii l’odore del suo profumo di gelsomino mescolarsi al lezzo metallico del terriccio e della ruggine del gancio di traino. Le sue dita tremavano visibilmente, ma la presa sui nodi che stringevano le mie caviglie fu decisa.

«Toglile le mani di dosso!» ruggì David, facendo due passi rapidi in avanti.

«David, toccami e giuro su Dio che finisci in galera prima di mezzanotte,» disse Allison senza nemmeno alzare lo sguardo verso di lui. La sua voce non era alta, ma vibrava di un disprezzo così puro e tagliente che l’uomo si bloccò all’istante, come se fosse andato a sbattere contro un muro invisibile. «Scott! Vieni qui ad aiutarmi. Questo nodo è troppo stretto.»

Voltai a fatica la testa, appoggiando la guancia graffiata contro la terra. Scott era ancora fermo accanto alla staccionata di legno bianco, con una bottiglia di birra a mezz’aria, la bocca semiaperta e gli occhi sbarrati. Rappresentava la quintessenza del codardo: l’amico d’infanzia che ride delle battute crudeli per paura di diventare il prossimo bersaglio, l’uomo che scambia la complicità per lealtà.

«Scott,» lo chiamai di nuovo. Il dolore alle braccia pulsava con la violenza di un incendio, ma dentro di me qualcosa si era gelato, trasformandosi in una lucidità implacabile. «Se resti lì, Scott, sei complice. Lo sai come funziona la legge. Kevin lo sa. Tuo cugino fa il procuratore distrettuale, vero, Kevin?»

Kevin fece un altro passo indietro, infilando le mani nelle tasche dei jeans come se volesse nascondere la propria colpa. «Io… David, amico, hai esagerato stavolta. Questo non è uno scherzo. L’avevi detto che volevi solo spaventarla un po’.»

«Volevo solo dimostrarle che non può comandare in casa mia!» gridò David, girando su se stesso, cercando disperatamente qualcuno nei cui occhi leggere approvazione o almeno solidarietà. «Siete stati voi a dirmi che mi stavo facendo mettere i piedi in testa! Voi avete detto che da quando ha avuto l’incidente si comporta come se possedesse me, la casa, i miei soldi! L’avete detto tutti al barbecue la settimana scorsa!»

Un silenzio tombale calò sul giardino. Le parole di David avevano appena strappato l’ultimo velo d’ipocrisia. I suoi amici non erano semplici spettatori innocenti: erano stati i sussurratori, il coro greco che aveva alimentato la sua frustrazione, nutrendo il suo risentimento fino a trasformarlo in quella mostruosità a cielo aperto.

Allison riuscì a sciogliere il primo giro di corda. Il sangue riprese a circolare nelle mie caviglie, provocando una fitta dolorosa e fantasma che mi fece sfuggire un lamento strozzato. «Scott, portami quel cazzo di coltello dalla cucina,» sibilò la donna, la voce rotta dalla rabbia. «Subito!»

Scott lanciò la bottiglia nell’erba, che si rovesciò schiumando, e corse verso la veranda senza guardare David. David tentò di sbarrargli la strada, ma Scott lo scansò con una spallata goffa ma decisa. La catena del comando si era spezzata. Il branco aveva smesso di riconoscere il suo capobranco.

«Elena,» mormorò Allison, posandomi una mano calda sulla spalla nuda e sbucciata. «Guardami. Riesci a respirare? Ti ha rotto qualcosa?»

«I gomiti… la schiena brucia,» sussurrai. «Ma la testa funziona, Allison. La testa funziona benissimo.»

David rimase al centro dello spiazzo, ansimando. I suoi occhi passavano da me ad Allison, poi a Kevin, che ora teneva in mano il telefono cellulare.

«Cosa stai facendo con quel telefono, Kev?» chiese David, e per la prima volta udii una nota stridula, quasi infantile, nella sua voce.