«Sto chiamando un’ambulanza, David,» rispose Kevin, senza distogliere lo sguardo dallo schermo mentre componeva il numero. «E non guardarmi così. Guarda come l’hai ridotta. Ha perso la pelle dalle braccia. Sei impazzito? Sei completamente impazzito?»
«Se chiami l’ambulanza vengono anche loro!» abbaiò David, scattando verso Kevin per strappargli il telefono. Ma Scott riemerse dalla porta zanzariera con un pesante coltello da cucina dal manico nero. Non lo porse ad Allison; lo impugnò saldamente, mettendosi tra David e Kevin.
«Fai un altro passo verso di lui e te lo pianto in una coscia, David,» disse Scott. La sua voce tremava, ma c’era una disperata determinazione nei suoi occhi. Stava cercando di riscattare la propria vigliaccheria di pochi minuti prima, il riso osceno che gli era scappato quando le ruote della berlina avevano iniziato a girare.
David si fermò, le braccia spalancate, una risata amara che gli deformò le labbra. «Perfetto. Meraviglioso. I miei migliori amici. La gente che ho sfamato, a cui ho prestato soldi quando eravate nella merda… vi voltate contro di me per lei? Per una storpia che non sa fare altro che lamentarsi e divorare la mia vita?»
Quelle parole non mi ferirono. Quando una persona scivola nel baratro della propria vergogna, le sue offese non sono altro che il riflesso della sua decomposizione interiore. Lo fissai dal basso, con gli occhi che bruciavano per la polvere, ma sostenendo il suo sguardo senza battere ciglio.
«Non sono una storpia, David,» dissi a voce abbastanza alta perché tutti, compresi i vicini che cominciavano ad affacciarsi oltre la siepe alta di lauro, potessero sentire. «Sono la donna che ha intestata la casa in cui vivi. Sono la donna che ha firmato le garanzie per la tua officina. E sono la donna che tra meno di un’ora ti farà portare via in manette.»
La mascella di David si serrò così forte che sentii lo scricchiolio dei suoi denti. Aveva dimenticato. Nella sua delirante fantasia di dominazione domestica, alimentata da qualche birra di troppo e da mesi di rancore represso, aveva dimenticato che l’incidente d’auto che mi aveva tolto l’uso delle gambe tre anni prima aveva portato con sé un risarcimento milionario. Un risarcimento che io avevo gestito con prudenza, investendo nella proprietà, estinguendo i suoi debiti, credendo ingenuamente che la sua devozione fosse autentica e non solo il prezzo pagato per il proprio sostentamento.
Scott si inginocchiò accanto ad Allison e con due tagli precisi recise il resto della corda. I miei piedi scivolarono liberi sulla terra. Non potevo muoverli, non potevo alzarmi per fuggire, ma l’assenza di quel vincolo brutale mi restituì un senso di sovranità che mi fece riempire i polmoni con una forza nuova.
«Aiutatemi a girarla,» disse Allison con voce ferma. «Piano. Non sappiamo se la colonna vertebrale ha subito traumi.»
«La colonna è a posto, Allison,» dissi a denti stretti mentre le loro mani mi sostenevano per voltarmi sulla schiena. Il cielo sopra di noi si stava tingendo di un indaco cupo, striato da vene di porpora e arancio. «I danni sono solo esteriori. Il metallo della sua auto non è riuscito a toccare quello che gli importava davvero.»
David camminava avanti e indietro come un animale in gabbia. Si passò le mani tra i capelli, scompigliandoli. «Dobbiamo parlare, Elena. Dobbiamo chiarire. Tu non capisci la pressione a cui sono sottoposto… il lavoro non va, la gente mi guarda con pietà, dicono tutti che faccio il badante a tempo pieno… stavo solo scherzando, volevo solo farti fare un giro, riderci sopra insieme come facevamo una volta!»
Nessuno parlò. La mostruosità di quella menzogna galleggiò nell’aria calda della sera come fumo denso. Trascinare una donna paraplegica legata al paraurti di un fuoristrada attraverso un cortile di sassi e sterpaglie non sarebbe mai potuta passare per uno scherzo, nemmeno nella mente più distorta.
In lontananza, dapprima come un lamento sottile e poi con un crescendo inesorabile, si udì l’ululato delle sirene.
David trasalì. Si voltò verso il vialetto d’accesso. La sua auto, con il motore ancora caldo che ticchettava metallicamente nel silenzio, aveva la portiera del guidatore spalancata. Per un attimo pensò di scappare. Lo vidi nei suoi muscoli che si tendevano, nel suo peso che si spostava sulla punta dei piedi.
«Non farlo,» disse Kevin dalla veranda, abbassando il telefono. «Se scappi, David, è tentato omicidio con fuga. La polizia ha già la targa. Ho dato loro tutto.»
David fissò Kevin con un odio così viscerale che l’altro non poté fare a meno di distogliere lo sguardo. «Mi hai venduto, verme. Dopo tutto quello che ho fatto per te.»
«Hai cercato di ammazzare tua moglie davanti a noi, David!» gridò Kevin, e per la prima volta nella sua voce non c’era codardia, ma un’ondata di panico e ripulsa. «Ci hai resi testimoni di una tortura! Cosa pensavi, che avremmo mentito per te? Che saremmo andati in galera per coprire la tua follia?»






