Mio padre si alzò dalla sedia. «Quel violoncello era in casa nostra da mesi.»
«Custodirlo non significa possederlo.»
Ada appoggiò sul tavolo una vecchia ricevuta ingiallita, protetta da una busta trasparente. Non era un foglio che avevo mai visto. In alto c’era la data del 1974. Più sotto, il nome di mio nonno Vittorio e quello di un liutaio di Parma. Ada non lasciò che nessuno lo prendesse in mano.
«Questo è l’acquisto originale. Dopo la morte di vostro padre, lo strumento è rimasto a me. Ho anche le fotografie dell’etichetta interna e del numero di inventario della perizia.»
Elena uscì dalla portafinestra con un vassoio di bicchieri. Vedendo i fogli, si fermò.
«Che succede?»
Mia madre le lanciò uno sguardo che diceva chiaramente di non avvicinarsi. Elena, per una volta, non lo seguì.
Ada tirò fuori un secondo documento. Era una perizia di due anni prima, fatta quando Sofia aveva iniziato a studiare con maggiore serietà. Il valore stimato era persino superiore al prezzo di vendita. Non lessi la cifra intera; vidi solo il nome dello strumento, le misure, alcune fotografie e la firma del professionista.
«Io l’avevo dato a Sofia in uso,» disse Ada. «Non l’avevo regalato a Mirella. Non l’avevo regalato a Paolo. Non l’avevo dato da vendere a nessuno.»
Mio padre si passò una mano sulla fronte.
«Ada, nessuno voleva rubarti niente.»
«Allora perché non mi avete telefonato?»
La domanda rimase lì.
Uno zio, Marco, provò a intervenire. «Forse c’è stato un equivoco. Se Paolo pensava che fosse di Chiara…»
Ada aprì la cartellina ancora di più.
«Non lo pensava.»
Quella volta guardò direttamente mio padre.
Tirò fuori la stampa di una mail dell’autunno precedente. Me la porse. Era breve. Ada gli aveva scritto per ringraziarlo di tenere lo strumento durante i lavori a casa mia. Mio padre aveva risposto: “Tranquilla, Ada. Lo custodiamo qui finché Chiara non ha finito. Sappiamo che è tuo e che Sofia ci tiene.”
Marco smise di parlare.
Mio padre abbassò lo sguardo.
Sofia era accanto a me. Non piangeva. Aveva le braccia strette al petto e fissava il bordo azzurro della piscina. Mi chinai verso di lei.
«Vuoi andare via?»
«No,» disse piano. «Voglio capire dove l’hanno portato.»
Fu la frase più adulta detta quel giorno.
Mi rivolsi a mio padre. «Chi è l’intermediario?»
«Non serve coinvolgere Sofia.»
«È già coinvolta.»
Mia madre si mise davanti a lui. «Chiara, basta. Vi compriamo un altro violoncello. Anche migliore, se è questo il problema.»
Sofia alzò finalmente gli occhi. «Non è lo stesso.»
Mia madre ebbe un piccolo gesto d’impazienza. «Tesoro, gli strumenti si comprano e si vendono.»
Ada richiuse la cartellina a metà. «E le cose degli altri?»
Mirella non rispose.
Elena posò il vassoio. «Mamma, dimmi una cosa. Quando avete venduto il violoncello, sapevate che era della nonna?»
«Non iniziare anche tu.»
«Lo sapevate?»
Mio padre disse: «Sapevamo che era stato di Ada. In famiglia certe cose passano da una mano all’altra.»
«Ma vi aveva dato il permesso?» insistette Elena.
Mirella si voltò verso di lei. «Ti abbiamo costruito una piscina. Non stare adesso dalla loro parte per fare bella figura.»
Quella frase cambiò il modo in cui tutti guardarono la scena.
Fino a quel momento Elena era stata la beneficiaria inconsapevole, o almeno abbastanza inconsapevole da potersi raccontare quella versione. Adesso il legame tra i soldi e il giardino era stato detto ad alta voce davanti a tutta la famiglia.
Mio cognato Davide, che fino a quel momento era rimasto vicino al barbecue, appoggiò le pinze sul tavolo.
«Aspetta. Ottantasettemila euro vengono dal violoncello?»
Elena lo guardò.
Lui continuò: «Tu mi avevi detto che i tuoi avevano sbloccato dei risparmi.»
Elena impallidì, ma non come mia madre. Il suo era un altro tipo di pallore: quello di chi capisce di essere stato usato e, nello stesso momento, sa di non essere completamente innocente.
«Io sapevo che vendevano lo strumento,» disse. «Non sapevo che fosse della nonna.»
«Ma sapevi che era quello di Sofia,» dissi.
Elena chiuse gli occhi per un istante. «Sì.»
Non serviva altro.
Ada infilò di nuovo la mano nella cartellina.
«C’è ancora una cosa.»
Mio padre si sedette.
Ada spiegò che, appena avevo telefonato, aveva contattato il liutaio che seguiva il violoncello da anni. Gli aveva dato il numero della perizia e alcune fotografie. Lui, senza promettere nulla, aveva iniziato a fare telefonate. Il mercato di strumenti di quel livello non era infinito, soprattutto quando passavano attraverso professionisti conosciuti.
La mattina stessa aveva ricevuto una risposta.
Il violoncello era ancora in Emilia-Romagna.
Non era già finito all’estero, come avevo temuto. Non era stato smontato, alterato o rimesso in vendita. Era stato acquistato da un collezionista attraverso un intermediario modenese, e si trovava temporaneamente presso un laboratorio per un controllo prima di essere consegnato definitivamente.






