Tre settimane dopo arrivò la svolta che aspettavamo.

Il collezionista, dopo aver ricevuto la documentazione tramite i professionisti coinvolti, non voleva tenere uno strumento con una proprietà contestata. Non ammetteva alcuna responsabilità e chiedeva che la somma pagata gli fosse restituita integralmente. Era una posizione comprensibile.

Il problema era semplice e terribile: i miei genitori non avevano più 87.000 euro.

Una parte era andata ai lavori della piscina, una parte a costi accessori e una parte era ancora su un conto ma non bastava.

Mia madre mi telefonò quella sera.

«Vedi cosa hai fatto?» disse. «Adesso tuo padre deve chiedere un prestito.»

Rimasi in silenzio.

«Chiara, sto parlando con te.»

«No, mamma. Io sto solo cercando di recuperare una cosa che non era vostra.»

«Tua sorella dovrà restituirci soldi che non ha.»

«Allora parlerete con vostra figlia adulta dei soldi che avete deciso di spendere per lei.»

«E tu non ti senti in colpa?»

«No.»

Fu una parola piccola. Mi costò anni per riuscire a dirla così.

Nei giorni successivi non seppi tutti i dettagli. E non volli saperli. Mio padre concordò con il suo legale un finanziamento usando parte dei propri risparmi come garanzia. Elena e Davide si impegnarono a rimborsare una quota consistente delle spese sostenute per il loro giardino. Alcuni lavori non ancora eseguiti vennero annullati. Mia madre smise di mandare messaggi nel gruppo di famiglia.

Non ci fu un tribunale pieno di gente. Non ci fu nessuno che batté un martello. Ci furono mail, appuntamenti, documenti, firme, telefonate e persone adulte costrette finalmente a parlare di cifre precise invece di parole come “famiglia” e “bisogno”.

Sei settimane dopo, il violoncello tornò a Bologna.

Non andammo tutti insieme a prenderlo. Non volevo trasformare quel momento in una cerimonia. Fummo io, Sofia e Ada.

Nel laboratorio c’era odore di legno, colla e cera. Il liutaio mise la custodia blu scuro su un tavolo e la aprì davanti a noi.

Il nastro rosso di Sofia era ancora legato alla maniglia laterale.

Lei lo toccò con due dita.

«Pensavo lo avessero tolto.»

Ada disse: «Per fortuna certe persone toccano meno di altre.»

Sofia sorrise per la prima volta da settimane.

Il liutaio controllò lo strumento con lei. Le fece vedere che non c’erano danni nuovi, che il ponticello era a posto, che le corde andavano sostituite ma niente di più. Sofia lo prese tra le ginocchia e provò una scala lenta.

La prima nota uscì ruvida.

La seconda meno.

Alla terza Ada si voltò verso la finestra.

Non disse che stava piangendo. Io non glielo feci notare.

Con i miei genitori le cose non tornarono come prima. Era impossibile, ma scoprii che “come prima” non era più una cosa che desideravo.

Stabilii regole semplici. Nessuna decisione economica che riguardasse Sofia senza di me. Nessun accesso a oggetti o documenti nostri. Gli incontri con i nonni sarebbero avvenuti quando Sofia li voleva, e per un po’ sempre con me presente.

Mio padre accettò senza discutere. Mia madre no.

«Mi stai punendo,» disse.

«Sto cambiando ciò che ti è permesso decidere.»

«Sono sua nonna.»

«E io sono sua madre.»

Quella volta non aggiunse altro.

Elena impiegò più tempo a trovare una posizione che non fosse difensiva. La piscina rimase. Non avrebbe avuto senso distruggerla, e i bambini non avevano colpa. Ma per mesi nessuno della famiglia riuscì a guardarla senza pensare al violoncello.

Un pomeriggio Elena mi mandò una foto dei figli che giocavano in acqua e poi, subito dopo, un altro messaggio: “Lo so che non cancella niente. Ti sto solo dicendo che sto pagando la mia parte.”

Non risposi per ore.

Poi scrissi: “È quello che devi fare.”

Non diventammo improvvisamente sorelle perfette. Smettemmo, però, di fingere che il problema fosse la mia sensibilità.

La cosa che cambiò davvero fu Sofia.

Per alcune settimane suonò meno. Ogni volta che uscivamo di casa, controllava che la custodia fosse dove l’aveva lasciata. Una sera mi chiese se potevamo comprare una piccola targhetta con il nome e il mio numero da mettere all’interno.

La comprammo.

Non perché pensassi che una targhetta avrebbe fermato qualcuno, ma perché era un modo per restituirle un gesto di controllo.

Tre mesi dopo partecipò a un saggio in una sala piccola vicino a via Saragozza. Niente abito da concerto, niente palco importante. Venticinque sedie, genitori con i cappotti sulle ginocchia, programmi stampati male e un pianoforte che aveva visto giorni migliori.

Ada sedeva in prima fila con il cardigan grigio.

I miei genitori non c’erano. Sofia non li aveva invitati.

Elena venne da sola e si sedette in fondo. Prima che iniziasse mi chiese soltanto: «Posso restare?»

Guardai Sofia.

Lei annuì.

Quando arrivò il suo turno, Sofia entrò con il violoncello, si sedette e sistemò l’archetto. Da dove ero io vedevo il piccolo nastro rosso sulla custodia appoggiata contro il muro.