Sentii Sofia inspirare accanto a me.
«Quindi possiamo riprenderlo?» chiese.
Ada non le mentì.
«Non lo so ancora.»
Poi guardò i miei genitori. «Ma so chi lo ha venduto. E so chi non aveva il diritto di decidere.»
Mia madre cambiò tono. Non era più sicura, ma nemmeno pentita.
«Mamma, se fai partire avvocati e denunce distruggi questa famiglia per un oggetto.»
Ada la fissò a lungo.
«No. L’oggetto lo avete venduto voi. Il resto lo avete fatto molto prima.»
Non ci fu applauso, né scena da film. Mia zia raccolse i piatti di carta. I bambini, richiamati da Davide, entrarono in casa. Qualcuno abbassò la musica. Il pranzo finì senza che nessuno annunciasse che era finito.
Prima di andare via chiesi a mio padre il nome dell’intermediario. Questa volta me lo diede.
Lo scrisse su un tovagliolo, insieme a un numero di telefono.
Era il primo gesto concreto che faceva da quando avevo scoperto la vendita.
Il lunedì mattina chiamai un avvocato indicatomi da una collega. Non gli chiesi di “farla pagare” a nessuno. Gli portai la perizia, la mail, le fotografie e il nome dell’intermediario. Ada venne con me.
L’avvocato ci disse una cosa che mi fece bene proprio perché non suonava come una promessa: la situazione andava ricostruita con precisione. Un bene mobile venduto a un terzo poteva aprire questioni complicate, e la buona fede dell’acquirente contava. Prima di parlare di risultati, bisognava capire quali documenti erano stati mostrati nella vendita e cosa era stato dichiarato sulla proprietà.
Era la prima persona, in quei giorni, che non cercava di trasformare tutto in una favola semplice.
L’intermediario rispose nel pomeriggio. Disse di aver ricevuto dai miei genitori una dichiarazione secondo cui lo strumento apparteneva alla famiglia ed era nella loro disponibilità. Non era stato informato che Ada ne rivendicava la proprietà. Quando ricevette copia della perizia e della vecchia documentazione, smise di essere cordiale e diventò molto professionale.
«Finché non chiarite, consiglierò al cliente di non spostare lo strumento,» disse.
Non era una restituzione. Ma era tempo.
Tempo per capire.
Due giorni dopo mio padre mi telefonò.
«Possiamo parlare senza tua madre?»
Ci incontrammo in un bar vicino alla stazione di Casalecchio. Arrivò con dieci minuti di anticipo e non ordinò niente.
«È stata idea mia contattare l’intermediario,» disse.
Non gli credetti del tutto, e lui se ne accorse.
«Mirella era d’accordo. Elena parlava da mesi della piscina, dei bambini che non avevano spazio, dei lavori da fare. Io avevo appena scoperto quanto valeva il violoncello dalla perizia che Ada aveva lasciato nella custodia l’anno prima. Ho pensato…»
Si fermò.
«Hai pensato cosa?»
«Che era assurdo. Ottanta, novantamila euro per una bambina che magari tra due anni smette.»
«E nonna?»
«Pensavo che, se l’avessimo messa davanti al fatto compiuto, avrebbe protestato e poi avrebbe lasciato perdere.»
Quella fu la parte che mi fece più freddo.
Non avevano dimenticato di chiedere. Avevano deciso che il suo no sarebbe stato scomodo.
«E io?»
Mio padre guardò il tavolino. «Con te è sempre difficile.»
Quasi risi.
«Difficile significa che dico di no?»
Non rispose.
Quando tornai a casa raccontai a Sofia soltanto ciò che poteva reggere: il violoncello era al sicuro per il momento, stavamo cercando di riportarlo indietro, e niente di quello che era successo dipendeva da quanto bene o male lei suonasse.
«La nonna è arrabbiata?» mi chiese.
«Molto.»
«Con me?»
Mi si chiuse lo stomaco.
«Mai con te.»
Sofia annuì e andò in camera. Quella sera non mise musica mentre faceva i compiti. Era la prima volta da mesi.
Il giorno seguente Elena venne da me senza avvisare. Aveva gli occhi gonfi e una cartellina diversa, di plastica trasparente.
«Davide vuole sapere tutto,» disse. «E io pure.»
Dentro c’erano le fatture dei lavori: scavo, impianto, rivestimento, copertura, pavimentazione, sistemazione del giardino. In totale, più di settantamila euro tra lavori già pagati e acconti.
«Mamma ha fatto i bonifici direttamente alle ditte,» disse Elena. «Io ho pagato alcune cose, ma molto meno.»
Le chiesi perché mi mostrasse quelle carte.
«Perché non voglio che sembri che io abbia ricevuto ottantasettemila euro in mano. E perché…»
Si interruppe.
«Perché?»
«Perché sapevo abbastanza per fare una domanda e non l’ho fatta.»
Non la consolai.
Elena si sedette sul bordo del divano.
«Quando mamma mi disse che vendevano il violoncello, io le chiesi se tu eri d’accordo. Mi rispose che eri sentimentale e che avrebbe gestito lei la cosa. Io ho lasciato perdere perché mi faceva comodo.»
Quella frase valeva più di qualunque scusa.
«E hai detto che Sofia poteva usarne uno della scuola.»
«Lo so.»
«Lei l’ha sentito.»
Elena abbassò la testa.
«Lo so anche questo.»
Per la prima volta non mi disse che i suoi figli non c’entravano, che la famiglia doveva aiutarsi, che stavo esagerando. Rimase seduta nel silenzio che aveva contribuito a creare.






