«Tacere? Nel mio ufficio? Davanti al consiglio che presiedo?» Conrad rise, una risata nervosa che gli morì in gola mentre Silas estraeva lentamente un telefono cellulare dalla tasca interna del cappotto. Un vecchio modello criptato, spesso, privo di logo commerciale.
«Evie» disse Silas, senza togliere gli occhi da Conrad. «Ho promesso a tuo fratello che ti avrei protetta. Ti ho giurato che avrei rispettato la tua distanza finché non ci fosse stato pericolo. Quando mi hai chiamato per dirmi che avevi trovato delle anomalie nei bilanci, sono rimasto in macchina, fuori dai cancelli. Ti ho lasciata entrare da sola perché me lo hai chiesto tu. Mi hai detto: ‘Voglio risolvere questa cosa da sola, Silas. Voglio dimostrare che le parole e la verità contano ancora qualcosa.’»
Silas sbloccò lo schermo.
«Ma poi ho visto le telecamere interne spegnersi alle 16:15» proseguì l’avvocato. «E tre minuti fa ho sentito il rumore di uno schiaffo attraverso il microfono del tuo ciondolo. E adesso vedo il tuo viso.»
Evelyn portò la mano alla catenina d’argento nascosta sotto il maglione di lana pesante. Sentì il piccolo ciondolo a goccia. Un regalo che Silas le aveva fatto per il suo trentesimo compleanno. Non le aveva mai detto che dentro c’era un trasmettitore. La rabbia le salì in gola, calda e amara, mescolandosi al terrore.
«Silas, no. Se chiami Roman, questa storia non finirà nelle aule di tribunale. E io ho bisogno che finisca in tribunale. Lo devo a quei ragazzi. Lo devo a Owen!»
«Owen Price non è più un problema della Hawthorne, Evelyn» disse Silas con una freddezza chirurgica. Premette un tasto sul display e portò l’apparecchio all’orecchio. Risposero al primo squillo. Non ci fu bisogno di spiegazioni, né di saluti formali. Silas pronunciò solo tre parole in una lingua aspra, una variante slava che nessuno nella stanza comprese, tranne forse Kemp, che affondò le unghie nella pelle della propria sedia.
Poi Silas mise il vivavoce e posò il telefono al centro del grande tavolo di noce, proprio sopra i fogli di rendiconto fiscale che Evelyn aveva tentato di mostrare al mondo.
Dall’altoparlante non uscì alcuna voce concitata. Si sentì soltanto il rumore metallico, ritmico, di un accendino a benzina che si apriva e si chiudeva. Clack. Clink. Clack.
Poi, una voce roca, calma, priva di età: «Chi ha alzato la mano?»
Il respiro di ventisette persone parve fermarsi all’unisono.
«Conrad Voss, Roman» rispose Silas con voce piana. «Il preside. La mano destra. Ha lasciato il segno delle dita sulla guancia di Evie. Ha il labbro spaccato. E ha ordinato alla sicurezza di cacciarla sotto la pioggia.»
Dall’altra parte della linea ci fu una pausa di tre secondi. Il rumore dell’accendino cessò con un piccolo snap definitivo.
«Voss» disse la voce all’apparecchio. Non c’era rabbia nel tono. C’era solo una vasta, oceanica ineluttabilità. «La famiglia della madre possedeva le fonderie di Bridgeport, vero? Tre ville sul promontorio, un attico a Manhattan registrato a nome della fondazione educativa, e un conto corrente a Ginevra con settecentomila franchi svizzeri svaniti tre giorni dopo la morte di Nathan Mercer.»
Evelyn si voltò di scatto verso il telefono. Il sangue le si gelò nelle vene.
La morte di Nathan.
«Che cosa c’entra Nathan?» mormorò Evelyn, la voce ridotta a un soffio spezzato. Guardò Silas, poi guardò Conrad.
Il preside non era più pallido: la sua pelle aveva assunto il colore grigio cenere dei cadaveri. I suoi occhi roteavano impazziti tra il telefono e Wallace Kemp. «Questa… questa è una follia. È un’estorsione. È una manovra intimidatoria! Wallace, chiama la polizia di Stato! Chiama il senatore Bradley!»
Dall’altoparlante venne una risata bassa, secca come legna che si spezza nel gelo.
«Bradley è seduto nel mio salotto da mezz’ora, Conrad» disse la voce di Roman Mercer. «Sta bevendo il mio bourbon e sta firmando la cessione dei terreni di Cape May per evitare che il dipartimento di giustizia scopra dove sono finiti i fondi per le dighe federali. Non ti risponderà al telefono.»
Un mormorio di autentico panico scosse la stanza. Due fiduciari si alzarono di scatto, facendo stridere le gambe delle sedie sul legno pregiato.
«Sedetevi» ordinò Silas. Non gridò, ma l’aria attorno a lui parve restringersi. I due uomini rimasero a metà tra l’in piedi e il seduto per un istante grottesco, prima di ripiombare sulle poltrone con gli occhi sgranati.
«Roman» disse Evelyn, appoggiando entrambe le mani sul tavolo, tremando violentemente. «Roman, ascoltami. Sono io. Evie.»
«Ti sento, piccola mia» rispose la voce al telefono, e per un fugace momento la durezza adamantina del tono si sciolse in qualcosa di dolorosamente intimo, quasi fragile. «Ti avevo detto di non andare a lavorare in quel posto. Ti avevo detto che i ricchi non perdonano a chi cerca di fare il proprio dovere senza il loro permesso.»






