«Ti fa male?» chiese. La voce era morbida, la stessa con cui le parlava quando avevano dieci anni e lei cadeva dalla bicicletta lungo le strade sterrate della contea.
«Roman» sussurrò lei, e per la prima volta dall’inizio di quell’incubo una lacrima le scivolò lungo la guancia, bruciando contro la ferita. «Non avresti dovuto venire. Te l’avevo chiesto.»
«Nessuno ti tocca, Evie» disse Roman, guardandola negli occhi. «Nessuno su questa terra può toccarti e sperare di respirare la stessa aria per un altro giorno. L’hai dimenticato?»
«Non voglio questo tipo di protezione. Non l’ho mai voluta. E non puoi cancellare la legge solo perché sei mio fratello.»
Roman accennò un sorriso triste, amaro. «La legge, Evie. Continui a credere nella legge. Nathan credeva nella legge, ricordi? Era un pubblico ministero integerrimo. Uno che rifiutava i miei soldi persino quando dovevate riparare il tetto della vecchia casa.»
A quel nome, l’intera sala conferenze sembrò trattenere il respiro. Evelyn sentì una fitta gelida attraversarle il petto, più dolorosa di qualunque calcio sferrato dal bambino.
«Roman… parlami chiaro. Cosa significa quello che hai detto al telefono?»
Roman si alzò in piedi con un movimento fluido. La sua figura dominò immediatamente l’intera stanza. Non guardò Conrad Voss; guardò invece Wallace Kemp.
«Wallace, spiega tu a mia sorella come è morto suo marito» ordinò Roman con una calma terrificante. «O preferisci che mostri io al consiglio i verbali riservati della polizia stradale che avete comprato per centoventimila dollari tre giorni dopo lo schianto sulla Route 17?»
Un grido soffocato sfuggì dalle labbra della signora Althaus.
Conrad Voss scattò in avanti, ma prima che potesse fare due passi, Silas Crowe gli fu addosso. L’avvocato non lo colpì: gli afferrò la spalla e lo spinse indietro con una violenza controllata, costringendolo a cadere pesantemente sulla sua sedia direzionale. La sedia rotolò contro il muro, bloccandosi con un tonfo secco.
«Parla, Wallace» disse Roman.
Wallace Kemp aveva la testa china. Le sue guance decrepite tremavano come gelatina. «Non… non è andata come pensi, Roman. Nathan… il signor Mercer era incorruttibile. Aveva scoperto il giro di fatture false della North Vale. Era arrivato al fondo pensione della scuola tre settimane prima dell’incidente.»
Evelyn si sentì mancare. Il soffitto della sala conferenze sembrò abbassarsi, premendole sui polmoni. Le mani le corsero alla pancia con un moto istintivo di protezione materna.
Nathan non era morto per colpa di un autista ubriaco.
Nathan non era sbandato sotto la pioggia mentre tornava a casa con un cartoccio di cibo d’asporto e il sorriso stanco di chi ha passato dodici ore in procura.
«Lui… lui stava indagando su di voi?» la voce di Evelyn uscì come un rantolo d’agonia. Guardò Conrad, che ora fissava il pavimento con gli occhi spalancati, le labbra che si muovevano senza emettere suono. «Nathan sapeva dei soldi rubati a Owen e agli altri ragazzi?»
«Non solo dei ragazzi, Evie» disse Roman, la voce gelida che tagliava l’aria come una lama chirurgica. «La Hawthorne Preparatory School non è solo un istituto d’élite per rampolli viziati. È la lavatrice finanziaria di metà della classe dirigente di questo Stato. Voss e Kemp usavano il fondo delle borse di studio per giustificare entrate anonime da società offshore con sede a Panama e nelle Isole Cayman. Facevano finta di finanziare gli studenti meritevoli con donazioni fittizie, ma poi i soldi venivano dirottati su conti privati tramite la North Vale Consulting. E quando i bilanci non quadravano più, cancellavano le borse di studio sostenendo ‘problemi di liquidità’.»
Roman fece un passo verso Conrad. Il preside cercò di ritrarsi, ma la sedia era già contro il muro; non c’era nessun posto dove fuggire.
«Nathan aveva trovato la falla nel sistema» continuò Roman. «Aveva passato sei mesi a raccogliere prove. Non è venuto da me perché sapeva chi sono, e non voleva che le mie mani sporcassero la sua vittoria pulita. Voleva portarli tutti davanti a un gran giurì. Voleva fare il servitore della legge, fino alla fine.»
Roman si sporse in avanti, appoggiando entrambe le mani sui braccioli della sedia di Conrad Voss, intrappolandolo. Il suo viso era a pochi centimetri da quello del preside.
«E così voi avete pagato un camionista senza patente, già condannato tre volte per guida in stato di ebbrezza, per piombare sul suo suv all’uscita dello svincolo 4. Gli avete promesso trecentomila dollari sul conto della sorella in Georgia e un patteggiamento per omicidio stradale colposo. Sei anni di prigione con condizionale dopo tre. Un piano perfetto. Pulito. Un tragico incidente in una notte di temporale.»
«Non sono stato io!» urlò Conrad all’improvviso, la voce che si spezzava in un singhiozzo isterico. «È stata un’idea del comitato di sicurezza! Kemp sapeva tutto! È stata la Kemp Logistics a fornire il camion! Io non volevo che morisse, volevo solo che si spaventasse, volevo solo fermarlo!»






