«Non puoi fare quello che fai di solito. Non qui. Ci sono genitori innocenti in questa stanza. Ci sono insegnanti. E c’è una vita intera di documenti che dimostrano quello che hanno rubato a quei diciannove studenti. Devono andare a processo!»
«I tribunali appartengono a loro, Evelyn» disse Roman con calma letale. «Le leggi le scrivono durante i ricevimenti di beneficenza nei club di canottaggio e le interpretano davanti a una partita a golf. Ma quando toccano la mia famiglia, le leggi cambiano padrone. Silas?»
«Sono qui, Roman.»
«Chiudi l’edificio. Nessuno esce finché non arrivo io. Sono a venti minuti di elicottero.»
«Ricevuto.»
La chiamata si interruppe con un bip sordo.
Nel silenzio che seguì, Conrad Voss sembrò rimpicciolirsi dentro il suo abito sartoriale. Il carisma brillante, la postura fiera da educatore modello, il sorriso rassicurante da copertina di rivista accademica: tutto era collassato, lasciando sul posto un uomo di mezza età con le vene del collo pulsanti e una macchia scura di sudore che cominciava a delinearsi sotto le ascelle della camicia bianca.
«Questo è un sequestro di persona» sibilò Conrad, aggrappandosi disperatamente all’ultima parvenza di legalità che gli rimaneva. «I genitori qui presenti testimonieranno. Siete finiti. Tu, tuo fratello e chiunque pensi di poter ricattare la Hawthorne.»
Silas ripose il telefono nel taschino con una precisione millimetrica. Poi si voltò verso Evelyn e le tese il braccio. «Evie, siediti. Stare in piedi non ti fa bene. Il bambino sta bene?»
«Si muove» disse lei, le dita ancora strette sul ventre prominente. «Ma ho bisogno di sapere cosa intendeva Roman. Cosa c’entra il conto a Ginevra con la morte di Nathan?»
Silas non rispose subito. Prese una delle sedie di pelle imbottite, la trascinò delicatamente dietro Evelyn e la aiutò a sedersi. Il gesto fu così denso di una devozione antica e fraterna che per un attimo la brutalità della stanza parve sospesa. Solo quando Evelyn fu comodamente accomodata, Silas estrasse un fazzoletto di lino bianco, pulito e inamidato, e glielo porse.
«Pulisci il labbro, Evie. Non dargli la soddisfazione di vederti sanguinare.»
Evelyn prese il fazzoletto e premette la stoffa sulla ferita. La stoffa si macchiò immediatamente di rosso scarlatto.
Dall’esterno, il rombo sordo di un tuono fece vibrare le vetrate istoriate della sala conferenze. Ma non era un tuono. Il suono si fece ritmico, pesante, un battito d’ali meccanico che tagliava la pioggia autunnale: le pale di un elicottero che scendevano a quota bassissima sul prato centrale del campus, proprio davanti al monumento bronzeo del fondatore.
Le facce dei genitori al tavolo si tinsero di puro terrore. La signora Althaus cominciò a singhiozzare silenziosamente, cercando di nascondere il viso dietro una sciarpa di cashmere.
«Signor Crowe» intervenne Wallace Kemp, la voce ridotta a una supplica incrinata. «La prego. Se Roman Mercer entra in questa stanza con i suoi uomini, la Hawthorne cesserà di esistere prima di domattina. Possiamo trovare un accordo. Possiamo ripristinare le borse di studio. Subito. Posso firmare un assegno personale adesso, in questo istante, per coprire tutti i diciannove ragazzi fino alla fine degli studi.»
«Un po’ tardi per fare la carità, Wallace» rispose Silas senza guardarlo, gli occhi fissi sull’ingresso. «E poi, non spetta a me decidere la tariffa della vostra sopravvivenza.»
I passi nel corridoio non furono concitati. Non ci furono grida di allarme dall’esterno, né il suono di vetri infranti. Gli uomini che accompagnavano Roman Mercer non avevano bisogno di urlare: la loro efficienza era silenziosa come una fuga di gas. Le doppie porte di quercia della sala conferenze si aprirono lentamente.
Due uomini alti, vestiti con completi scuri e impermeabili neri bagnati di pioggia, entrarono per primi, posizionandosi ai due lati della porta come sentinelle mute. Poi entrò Roman Mercer.
Aveva quarantadue anni, ma nei suoi occhi grigi come il piombo fuso sembrava essercene concentrato un secolo intero di ombre. A differenza di Silas, non portava la cicatrice sul volto; la sua pelle era liscia, i lineamenti aristocratici e duri, identici a quelli di Evelyn, ma scolpiti da una determinazione feroce che non conosceva remissione. Portava un cappotto nero aperto su un abito scuro impeccabile, senza cravatta, il primo bottone della camicia sbottonato. Niente gioielli, niente anelli costosi. Solo un uomo che emanava un senso di gravità così denso da piegare lo spazio attorno a sé.
Appena mise piede nella stanza, lo sguardo di Roman attraversò i presenti ignorandoli come se fossero mobilio di poco valore. Si fermò all’istante su Evelyn.
I suoi passi accelerarono di poco. Raggiunse la sedia della sorella in silenzio, si inginocchiò accanto a lei sul pavimento duro, incurante delle macchie d’acqua sul tessuto dei suoi pantaloni sartoriali, e le posò una mano calda, larga, sulla guancia ferita.
I suoi pollici tremarono appena per una frazione di secondo. Fu l’unico segno di emozione che Roman concesse al mondo.






