Eravamo rimasti solo noi quattro: Luca, in piedi all’estremità del tavolo; Benjamin, seduto a fissare il suo piatto con le manine strette a pugno; Vanessa, dritta e rigida nel suo sontuoso abito di seta rossa; e io, schiacciata contro la credenza di mogano con il vassoio ancora saldo tra le dita intorpidite.
«Claire,» disse Luca senza voltarsi verso di me.
«Sì, signor Moretti?» risposi, e la mia voce tremava nonostante tutti i miei tentativi di apparire professionale.
«Prendi Benjamin. Portalo al piano di sopra, nella mia stanza, non nella sua. Resta con lui finché non si sarà addormentato. Chiudi la porta a chiave dall’interno. Se qualcuno cerca di entrare prima che salga io, hai il mio permesso di usare il telefono interno per chiamare Matteo e la guardia al cancello.»
«Luca!» gridò Vanessa, facendo un passo in avanti. Il suo viso era ormai privo di qualsiasi colore naturale, sostituito da una maschera di cipria e furore mal celato. «Non puoi fare questo! Mi stai umiliando davanti a tutti i nostri ospiti! Davanti alla mia famiglia! Che cosa racconteranno domani? Che cosa penseranno di noi?»
Luca non si degnò di guardarla. Si limitò a fare un cenno a me. «Vai, Claire.»
Mi avvicinai al tavolo con il cuore che batteva all’impazzata. Benjamin alzò le braccia verso di me con un piccolo singhiozzo, e io lo sollevai senza curarmi del fatto che il mio grembiule da cameriera si stesse macchiando con le sue lacrime. Il piccolo si aggrappò al mio collo con una forza disperata, seppellendo il viso nella stoffa del mio colletto. Era leggero, troppo leggero per un bambino della sua età. Prima di uscire, la mia mano raccolse quasi istintivamente dal tavolo il piccolo nastro rosa sbiadito che era appartenuto a Caroline, facendolo scivolare nella tasca del mio grembiule per tenerlo al sicuro.
«Mettilo a letto, Claire,» aggiunse Luca con una voce che sembrava provenire dal fondo di un pozzo gelato. «E chiudi quella porta.»
Uscii dalla sala a passi rapidi, mentre dietro di me le pesanti porte a doppio battente in quercia massiccia si chiusero con un tonfo secco e definitivo. Subito dopo, dall’interno della stanza, udii il clic metallico della serratura che scattava. Luca si era chiuso dentro insieme a lei.
Salire le grandi scale di marmo con Benjamin tra le braccia fu come attraversare un incubo a occhi aperti. La tenuta, solitamente animata dal viavai dei domestici e dal riverbero delle conversazioni dell’alta società, sembrava un mausoleo. Al piano superiore regnava una penombra pesante. Entrai nella stanza padronale di Luca, un ambiente vasto, arredato con mobili scuri, scaffali colmi di libri antichi e una grande vetrata che dava sui giardini all’italiana avvolti nell’oscurità della notte.
Chiusi la porta a chiave, girando la mandata due volte come mi era stato ordinato. Portai Benjamin verso il letto a baldacchino e lo feci sedere sulle coperte morbide.
«Hai ancora fame, piccolo?» gli chiesi a bassa voce, inginocchiandomi davanti a lui per guardarlo negli occhi. «Posso scendere a prenderti dell’altro cibo se vuoi. C’è del brodo caldo, ci sono i panini dolci che ti piacciono tanto.»
Benjamin scosse la testa lentamente, asciugandosi il naso con la manica. «Non ho più fame adesso, Claire. Ho solo paura che il papà si faccia del male. O che Vanessa mandi quegli uomini a prendermi mentre papà non guarda.»
«Nessuno ti prenderà, te lo giuro,» sussurrai, prendendogli le mani gelide tra le mie per scaldarle. «Tuo padre non lo permetterà mai. Hai visto come ti ha guardato? Tu sei tutto ciò che ha a questo mondo.»
«Vanessa ha detto che papà si è stancato di me,» mormorò il bambino, e una nuova lacrima gli scivolò sulla guancia. «Ha detto che quando la mamma è morta, papà è diventato triste solo per colpa mia, perché ogni volta che mi guarda vede la faccia di mamma e sta male. Ha detto che se me ne vado in quel collegio in Svizzera, papà potrà ricominciare a sorridere e avere altri bambini con lei. Bambini che non piangono sempre.»
Una morsa di sdegno e di autentico orrore mi strinse la gola. Una donna adulta, una donna che pretendeva di entrare in quella casa con l’abito bianco e il titolo di signora Moretti, aveva manipolato l’animo innocente di un bambino di nove anni con una crudeltà così lucida e metodica da apparire quasi mostruosa. Non era solo gelosia retroattiva verso la memoria di una defunta; era un tentativo calcolato di cancellare qualsiasi traccia del passato, di rimodellare la vita di Luca secondo i propri desideri, sacrificando l’unica cosa che teneva ancora vivo il suo cuore.
Tirai fuori dalla tasca il nastro rosa e glielo porsi. «Guarda cosa ho preso per te.»






