Luca annuì lentamente, e per la prima volta sul suo volto segnato dalla tensione apparve un accenno di un’espressione diversa: non ancora un sorriso, ma una distensione dei lineamenti che lasciava intravedere l’uomo che doveva essere stato prima che la tragedia gli strappasse la moglie.

«Lo so, Claire. È per questo che te l’ho chiesto.» Guardò l’orologio da taschino d’oro che teneva nella giacca. «Adesso torna di sopra. Passa la notte nella camera degli ospiti adiacente a quella di Benjamin. Non voglio che si svegli da solo nel buio credendo che tutto questo sia stato un brutto sogno o che il peggio debba ancora arrivare.»

Feci un piccolo inchino istintivo, asciugandomi le guance con la mano. «Subito, signore.»

Mentre stavo per raggiungere la porta dello studio, la voce di Luca mi fermò ancora una volta.

«Claire.»

Mi voltai sulla soglia. «Sì, signor Moretti?»

Luca era rimasto fermo accanto alla sua scrivania, con la luce tenue della lampada che ne illuminava solo metà del volto. «La fotografia di Caroline. Quella che Vanessa gli ha tolto dal comodino. Sai dov’è?»

«Sì, signore,» risposi subito. «L’ho vista chiudere nel cassetto inferiore della toletta nel salotto verde, sotto una pila di vecchie riviste di moda.»

Un lampo d’acciaio attraversò i suoi occhi per un istante. «Bene. Vai da Benjamin. A quella ci penso io.»

Uscii dallo studio richiudendo la porta con delicatezza. Matteo era ancora piantonato nel corridoio come un guardiano silenzioso. Mi fece un cenno rispettoso quando passai accanto a lui, e questa volta il suo sguardo non era quello indifferente che riservava ai domestici: c’era una nota di muta approvazione, come se anche lui sapesse cosa era successo e da che parte stesse la giustizia in quella casa.

Tornai nella grande camera da letto padronale. Benjamin non si era mosso. Era rannicchiato su un fianco, con il viso rilassato e il respiro tranquillo. Entrai nella stanza adiacente, separata solo da una porta di legno scorrevole che lasciai socchiusa per poter sentire ogni minimo movimento. Mi tolsi finalmente il grembiule da lavoro, quel grembiule che per due anni era stato la mia uniforme e il mio scudo, e mi sedetti sul bordo del letto a guardare la finestra.

Fuori, il silenzio della tenuta venne interrotto dal rumore sordo di un motore che si avviava in lontananza: l’auto che portava via per sempre Vanessa Bellini e le sue ambizioni velenose. Guardai la notte scura tingersi pian piano delle prime sfumature indaco dell’alba. Pensai a mia madre, che quel venerdì non avrebbe dovuto piangere di nascosto contando le monete per l’affitto, e pensai a Benjamin, che non avrebbe dovuto nascondersi per piangere la madre che amava così disperatamente.

Circa un’ora dopo, la porta della camera principale si aprì con un cigolio impercettibile. Mi alzai silenziosamente e guardai attraverso lo spiraglio della porta scorrevole.

Era Luca. Si era tolto la giacca e la cravatta, rimanendo solo con la camicia bianca sbottonata sul collo. Tra le mani reggeva una cornice d’argento lucido, intarsiata con piccole rose stilizzate. All’interno c’era la fotografia di una giovane donna dai capelli castani e dal sorriso radioso, gli stessi occhi luminosi che avevo visto brillare in Benjamin prima che il dolore lo spegnesse.

Luca si avvicinò al comodino accanto al letto del figlio. Posò la cornice esattamente dove doveva stare, proprio accanto alla lampada con il paralume di seta. Poi rimase lì, ritto nella penombra del mattino che avanzava, a osservare il bambino addormentato.

Benjamin si mosse nel sonno. Sentendo forse la presenza del padre, aprì lentamente le palpebre pesanti. Per un attimo il suo sguardo fu smarrito, carico di quel timore istintivo che lo aveva perseguitato per settimane. Ma poi i suoi occhi scorsero la sagoma del padre, e subito dopo la cornice d’argento che brillava debolmente alla luce dell’aurora.

Il bambino tese una mano incerta, toccando il vetro freddo della fotografia con la punta delle dita.

«Mamma,» sussurrò con una voce ancora impastata di sonno.

Luca si sedette sul bordo del materasso e allargò le braccia. Benjamin non esitò: scivolò fuori dalle coperte e si gettò contro il petto del padre, seppellendo la testa tra la camicia e il collo di Luca. L’uomo chiuse le braccia attorno al suo piccolo corpo, stringendolo a sé con una forza protettiva che sembrava poter sfidare il mondo intero, mentre le prime luci dell’alba filtravano attraverso la grande vetrata, spazzando via l’oscurità e portando con sé la certezza che, in quella casa, nessuno avrebbe mai più dovuto avere paura di essere se stesso.