Gli occhi di Benjamin si illuminarono per una frazione di secondo. Prese il nastro e lo strinse forte contro il petto, quasi temesse che potesse evaporare. «L’ha toccato la mamma prima di andare in cielo. Me lo ricordo ancora il profumo che aveva quando me lo legava al polso mentre facevamo i giochi in giardino.»
«Tua madre ti amava più di ogni altra cosa,» dissi dolcemente, aiutandolo a togliere le scarpette eleganti e sistemando le coperte pesanti attorno alle sue spalle minute. «E tuo padre ti ama nello stesso modo. Ricordati sempre le sue parole: non devi mai chiedere il permesso per sentirti a casa tua.»
Mi sedetti sulla poltrona accanto al letto, tenendogli la mano finché il suo respiro non divenne lento e regolare. La stanchezza accumulata in quella giornata di angoscia, fame e terrore lo vinse finalmente. Benjamin scivolò in un sonno profondo, stringendo ancora quel pezzo di stoffa consumato contro il mento.
Rimasero solo il silenzio e il ticchettio monotono dell’antico pendolo posto all’angolo della camera. Passò quasi un’ora. Poi, improvvisamente, dal piano inferiore giunse il rumore sordo di qualcosa di pesante che andava in frantumi: probabilmente cristallo o porcellana pregiata. Poi un urlo, soffocato dalla distanza e dalle pareti spesse, ma inconfondibilmente femminile. E infine, di nuovo il silenzio assoluto.
Trascorsero altri quaranta minuti prima che udissi passi pesanti e lenti salire la gradinata. Mi alzai di scatto dalla sedia, mettendomi istintivamente tra la porta e il letto dove dormiva il bambino. Trattenni il respiro quando la maniglia d’ottone si abbassò lentamente, trovando la resistenza della serratura.
Poi ci furono tre colpi secchi nocca contro legno.
«Claire. Sono io. Apri.»
La voce era quella di Luca. Riconoscibile, ma diversa da qualsiasi sfumatura avessi mai sentito nei due anni in cui avevo lavorato sotto il suo tetto. Era la voce di un uomo che aveva attraversato un campo di battaglia e ne era uscito completamente svuotato di ogni pietà.
Feci scattare la mandata due volte e tirai la porta verso di me.
Luca Moretti era fermo sulla soglia. La giacca della sua sartoria era slacciata, la cravatta di seta scura allentata sul collo, e le maniche della camicia bianca erano state arrotolate fino ai gomiti. Sul polsino sinistro c’era una piccola macchia rossastra, quasi impercettibile, ma non sembrava sangue; sembrava vino rosso rovesciato con violenza. Il suo volto appariva scavato da ombre profonde, le mascelle contratte in una rigidità che faceva paura. Eppure, non appena i suoi occhi incrociarono la figura addormentata di Benjamin, i tratti duri del suo viso sembrarono cedere per un istante, lasciando spazio a una stanchezza infinita.
«Sta dormendo?» chiese a mezza voce, entrando nella stanza senza fare il minimo rumore con le suole delle sue scarpe di cuoio.
«Sì, signor Moretti. Si è addormentato circa mezz’ora fa. Era esausto.»
Luca si avvicinò al letto. Rimase in piedi a guardare il figlio per diversi minuti, senza dire una sola parola. Allungò una mano grande, segnata da vecchie cicatrici che nessuno osava mai menzionare apertamente in casa, e sfiorò con il dorso delle dita la fronte tiepida del bambino, scostandogli una ciocca di capelli che gli copriva gli occhi. Quando notò il nastro rosa stretto nel pugno chiuso di Benjamin, la sua gola si mosse in un sospiro profuso e amaro.
«L’hai preso tu dal tavolo,» disse, senza voltarsi.
«Sì, signore. Temevo che andasse perduto nella confusione.»
«Hai fatto bene.» Luca abbassò lo sguardo, ritirando la mano lentamente per non disturbare il sonno del piccolo. Poi si voltò verso di me. I suoi occhi grigi, solitamente indecifrabili, sembravano perforarmi l’anima. «Vieni nello studio, Claire. Dobbiamo parlare.»
Sentii un brivido freddo correre lungo la mia schiena. Pensai di nuovo a mia madre, alla lettera di sfratto che pendeva sopra la nostra testa come una spada di Damocle, ai sacrifici fatti per mantenere quel posto di lavoro in una casa in cui un solo passo falso poteva significare la fine di tutto.
«Devo lasciare Benjamin solo?» chiesi titubante.
«Matteo è fuori dalla porta,» rispose Luca con tono calmo ma perentorio. «Nessuno metterà piede in questo corridoio stanotte senza che io lo sappia. Seguimi.»
Uscii dalla camera da letto. Davanti alla porta c’era davvero Matteo, il capo della sicurezza personale di Luca: un uomo enorme, con una giacca scura sotto cui s’intravedeva la sagoma inconfondibile di una fondina ascellare, lo sguardo vigile e immobile come quello di un mastino da guardia. Matteo mi fece un breve cenno con il capo mentre richiudevo la porta alle mie spalle.
Seguii Luca lungo la galleria dei quadri fino al suo studio privato, all’estremità dell’ala ovest. Era una stanza in cui ai domestici era severamente vietato entrare a meno che non fosse espressamente richiesto per pulire sotto stretta supervisione. Grandi librerie in noce scuro arrivavano fino al soffitto a cassettoni, una monumentale scrivania intarsiata dominava il centro della stanza, e l’aria sapeva di tabacco da pipa, cuoio vecchio e ceralacca.






