Sentii un brivido scorrermi lungo la schiena, freddo come l’acqua del fiume Willamette a gennaio. Quel “Soggetto B” non poteva essere altro che il bambino che tremava dietro la mia schiena.
«Tuo padre… fa questo ogni giorno?» chiesi a mezza voce, sentendo la gola farsi improvvisamente arida.
«Lui dice che il mondo esterno è un esperimento fallito,» rispose Leo, e il tono della sua voce non era infantile: era la recitazione a memoria di una litania sentita migliaia di volte. «Dice che le altre famiglie lasciano marcire le menti dei bambini con le favole, i giochi e la casualità. Dice che l’amore è un’illusione ormonale che genera disordine. Dice che lui mi sta proteggendo dall’entropia.»
«Dov’è lui adesso, Leo?» domandai girandomi verso di lui, cercando di scrutare oltre il corridoio, verso le porte chiuse che conducevano al retro della casa.
«Lavora al laboratorio fino alle sei e mezza. Abbiamo quaranta minuti prima che il sensore sul viale si attivi,» spiegò il bambino con un’accuratezza agghiacciante per un settenne. «Ma non è questo che devi vedere. Il salotto è solo la lavagna dove mi fa ripassare prima di dormire. Devi vedere la stanza delle madri. È laggiù. In fondo alle scale.»
La stanza delle madri. Al plurale.
La parola rimbalzò contro i muri spogli come una bestemmia pronunciata in una cappella vuota. Sentii il polso accelerare. Allungai la mano verso la radio sulla spalla per chiamare la centrale, per richiedere un’unità di supporto o un supervisore, ma la mia radio emise soltanto un sibilo statico, intermittente, soffocato da un forte disturbo magnetico. Qualcosa nella casa, o sotto di essa, schermava il segnale radio della polizia.
«Maledizione,» mormorai tra i denti. Estrassi il telefono cellulare: Nessun servizio.
«Papà dice che i segnali nell’aria inquinano i pensieri,» disse Leo, come se stesse leggendo le mie reazioni. «C’è una rete metallica dentro i muri. Ha detto che serve a tenere fuori il rumore del mondo.»
Una gabbia di Faraday. Quella dannata casa era una gabbia schermata.
«Andiamo,» dissi, sciogliendo la sicura della fondina per precauzione. Non sapevo chi fosse l’uomo che abitava lì dentro, ma sapevo fin troppo bene che quando individui del genere costruiscono bunker travestiti da villette suburbane, non amano le visite a sorpresa delle forze dell’ordine. «Fammi strada, ma non toccare nulla.»
Ci muovemmo lungo il corridoio centrale. Superammo una cucina che sembrava un laboratorio chimico dismesso: nessun cibo visibile, nessun fornello con pentole o piatti nel lavello; solo un frigorifero industriale in acciaio inox chiuso con un lucchetto a combinazione digitale e file di barattoli di vetro contenenti polveri e compresse bianche catalogate per milligrammi.
In fondo al corridoio c’era una pesante porta di legno massiccio, verniciata di grigio antracite, con tre mandate di serratura a catenaccio e un tastierino elettronico. La maniglia, tuttavia, era socchiusa. Il cardine era bloccato da un cuneo di gomma spesso appena un millimetro, quasi invisibile a un occhio distratto.
«L’ho messo stamattina,» sussurrò Leo, guardando il cuneo con gli occhi spalancati dal terrore retroattivo. «Prima che lui mi accompagnasse al cancello della scuola. Ho fatto finta di allacciarmi la scarpa e ho infilato il pezzo di gomma della mia matita nel battente. Se se ne accorge… se lo scopre prima che tu mi aiuti…»
«Non se ne accorgerà. Ci sono io qui,» dissi, spingendo lentamente la porta.
Dietro la porta non c’era un pianerottolo normale, ma una rampa di gradini in cemento grezzo che scendeva nell’oscurità. L’odore di ozono e disinfettante divenne quasi soffocante, mescolato a qualcosa di più umido, un tanfo dolciastro che mi fece stringere lo stomaco. Accesi la torcia alla massima potenza: il raggio di luce bianca perforò il buio, rivelando pareti rivestite di pannelli fonoassorbenti piramidali grigio fumo, identici a quelli usati negli studi di registrazione o nei poligoni di tiro sotterranei.
Scesi i gradini uno alla volta, con la suola di gomma dei miei scarponi d’ordinanza che non emetteva alcun rumore. Leo mi seguiva passo dopo passo, respirando piano, tenendosi alla mia giacca come se quel pezzo di stoffa blu fosse la sua unica ancora di salvezza in un mare di tenebra.
In fondo alle scale, il seminterrato si apriva in una stanza circolare straordinariamente ampia, scavata ben oltre il perimetro originale delle fondamenta esterne della villetta.
E lì, al centro della stanza, la realtà si frantumò.
Non era un mattatoio, né una stanza di torture medievali. Era infinitamente più spaventoso perché era concepito per sembrare normale, come una macabra parodia della vita domestica americana degli anni cinquanta.
Al centro del seminterrato c’era una pedana di legno rialzata, illuminata da faretti a luce calda montati su binari sospesi al soffitto. Sulla pedana era stata ricostruita la fedele replica di un tinello: un tavolo da pranzo rotondo coperto da una tovaglia a quadri bianchi e rossi, un vaso di margherite di plastica, tre sedie e un servizio di piatti di porcellana con decorazioni floreali.






