«Ha finito prima,» sussurrò Leo, il cui sguardo era caduto sullo schermo insieme al mio. Il bambino iniziò a iperventilare, le sue mani si strinsero alla mia giacca con tale forza che sentii le cuciture cedere leggermente. «Ha capito. Lui sa sempre quando la routine si spezza. Sente l’aria diversa. Agente Dunham, ti prego… ti prego, hai promesso!»
«Calmati, Leo. Guardami,» dissi, inginocchiandomi davanti a lui e afferrandogli le spalle con entrambe le mani. «Non vado da nessuna parte. E non ti lascio qui. Adesso ascoltami molto bene: dobbiamo uscire di qui, subito.»
«Non possiamo passare dalla porta principale,» disse Leo, con le lacrime che finalmente rompevano la barriera di pietra che aveva costruito per tutto il giorno, rigandogli le guance sporche di polvere. «Se entra e ci vede nel corridoio, premerà il pulsante sul portachiavi. Chiude le paratie d’acciaio sulle porte. Dice che se la polizia arriva, la casa deve diventare una tomba sigillata per proteggere la purezza del campione.»
Il campione. Leo non era un figlio per quell’uomo. Era un esperimento biologico continuato dopo la sparizione della madre.
Guardai la stanza circolare. Non c’erano altre uscite visibili. Solo i pannelli fonoassorbenti e le mura massicce di cemento armato.
«C’è un’altra via d’uscita, Leo? Pensaci. Tu vivi qui. C’è una botola, una finestra alta, uno scarico?»
Il bambino indicò il retro della stanza, dietro la parete di plexiglas, dove si trovavano le gabbie imbottite. «C’è il condotto di areazione del deumidificatore industriale. Porta dietro il capanno degli attrezzi, nel cortile sul retro. Ma è stretto. Io ci passo. Tu no.»
Un rumore metallico, sordo e inconfondibile, echeggiò dall’alto: la porta d’ingresso della casa al piano superiore si era aperta e poi richiusa. I passi pesanti di scarpe con la suola di cuoio calpestarono il pavimento di legno del corridoio.
Il padre era in casa.
E si muoveva senza fretta, con la metodica tranquillità di un predatore che conosce ogni centimetro del proprio territorio. Sentimmo i suoi passi fermarsi nel punto esatto in cui Leo mi aveva mostrato i grafici sul muro. Poi, un lungo, terribile silenzio.
Aveva notato la maniglia socchiusa. Sapeva che il cuneo di gomma era stato rimosso o che la porta del seminterrato non era sigillata a dovere.
«Leo,» mormorò una voce dall’alto della tromba delle scale. Una voce pacata, calma, quasi melodiosa, ma priva di qualunque inflessione emotiva, come la sintesi vocale di una macchina. «La deviazione odierna dal protocollo ammonta a ventidue minuti. Hai alterato la sequenza di rientro. Scendi a spiegare la variabile non calcolata, prima che io debba applicare la correzione.»
Il bambino tremava così forte che i suoi denti battevano con un rumore simile a castagnette. Lo tirai dietro la parete di plexiglas, accovacciandoci nell’ombra densa sotto il banco di lavoro dei computer.
Estrassi la Glock, tirando indietro leggermente il carrello per verificare la presenza del colpo in canna. Il bossolo d’ottone brillò per un secondo nella penombra.
Non potevo ingaggiare uno scontro a fuoco cieco con un sospettato sulle scale avendo un bambino di sette anni non protetto al mio fianco. Se quell’uomo era armato o se, come temevo, aveva allestito contromisure difensive all’interno dell’edificio, un solo proiettile vagante avrebbe potuto colpire Leo o innescare qualcosa di letale in quello spazio confinato.
«Ascoltami,» sussurrai all’orecchio di Leo, mentre il mio fiato si condensava leggermente nell’aria fredda del seminterrato. «Vedi quel condotto dietro la terza gabbia?»
Il bambino annuì, trattenendo le lacrime con una disciplina mostruosa e innaturale, il risultato di anni di addestramento alla paura.
«Voglio che strisci dentro quel condotto adesso. Non voltarti. Esci dietro il capanno, salta la recinzione e corri dritto verso la scuola. Gli scuolabus dovrebbero essere ancora nel parcheggio o ci saranno i custodi. Se vedi un’auto della polizia, grida con quanto fiato hai in gola. Io rimango qui a fermarlo. Capito?»
«No!» sibilò Leo, afferrandomi la giacca. «Lui ha il fucile nell’armadio delle scale. Se rimani qui da solo, ti chiude dentro!»
«Io sono un poliziotto, Leo. È il mio lavoro. E ho fatto una promessa: nessuno ti farà tornare indietro. Ora muoviti!»
Lo spinsi delicatamente verso la grata del condotto. La vite di fissaggio inferiore era arrugginita e allentata; il bambino la scostò con una facilità che dimostrava come avesse provato quella fuga segreta decine di volte nei suoi sogni o nelle sue notti di terrore. Sfilò il suo zaino troppo pesante, lo spinse dentro il tubo metallico e poi scivolò a terra, infilando prima le gambe e poi il busto.
I passi sulle scale iniziarono a scendere.
Uno. Due. Tre scalini.
Non c’era fretta in quei passi. Julian Vance scendeva con la meticolosità di un chirurgo che entra in sala operatoria. Nella mano destra teneva una torcia alogena ad alta intensità; nella sinistra, intravidi il profilo brunito di un fucile a pompa calibro 12 a canna corta.






