Sedute a quel tavolo c’erano due figure.
Trattenni il respiro, sollevando immediatamente la torcia con la mano sinistra e portando la mano destra sulla pistola. «Polizia di Portland! Fermi dove siete!» gridai, con la voce che rimbombava cupa contro i pannelli insonorizzati.
Nessun movimento. Nessun sussulto.
Feci due passi avanti, con gli occhi che si adattavano alla luce cruda dei riflettori. Le due figure non erano vive, ma non erano neppure cadaveri umani in decomposizione.
Erano manichini iperrealistici in silicone medicale, realizzati con una maestria maniacale e mostruosa. Avevano fattezze femminili identiche tra loro, ma con età apparentemente diverse: una sembrava una giovane donna sui venticinque anni, con lunghi capelli castani intrecciati su una spalla e un vestito a fiori leggero; l’altra rappresentava la medesima donna, ma invecchiata di almeno vent’anni, con fili d’argento dipinti tra i capelli, rughe sottili attorno agli occhi e un maglione di lana lavorato a maglia.
Ciò che mi gelò il sangue nelle vene non furono i volti di silicone, ma i dettagli anatomici. Alle braccia di entrambi i manichini erano applicati dei veri dispositivi medici: tubicini endovenosi collegati a sacche di soluzione fisiologica sospese su aste metalliche, e monitor cardiaci disattivati i cui elettrodi erano fissati con cerotti chirurgici sul petto sintetico delle due figure.
Sui piatti davanti a loro c’era del cibo vero, ma mummificato dal tempo: fette di torta di mele raggrinzite, coperte da una patina di muffa verdastra e secca, e tazze da tè piene di un liquido scuro evaporato da chissà quante settimane.
«Questa è la Madre Uno,» disse Leo con un filo di voce, indicando la donna più giovane. «E quella è la Madre Due. Papà dice che Madre Uno è morta quando sono nato perché era troppo debole per comprendere il Piano. Dice che Madre Due è quella che verrà a prenderci quando avrò finito il programma.»
Mi avvicinai al tavolo, con il cuore che martellava sordo contro le costole. Intorno al collo del primo manichino pendeva una catenina d’argento con una medaglietta. Mi chinai per illuminarla. Sopra c’era inciso un nome e una data: Eleanor Vance – 1988-2019.
Eleanor Vance. Quel nome accese un campanello d’allarme sepolto nella mia memoria di poliziotto. Circa sette anni prima, quando ero ancora un agente scelto alla divisione investigativa centrale, c’era stato un caso di scomparsa che aveva scosso la contea di Multnomah: Eleanor Vance, brillante ricercatrice di neurobiologia all’Oregon Health & Science University (OHSU), svanita nel nulla all’ottavo mese di gravidanza. La sua auto era stata trovata abbandonata vicino alle gole del Columbia River. Le ricerche avevano setacciato i boschi per mesi, ipotizzando un suicidio causato da depressione o un incidente tragico. Il corpo non era mai stato ritrovato. Il marito, il dottor Julian Vance, anch’egli docente e neuroscienziato alla facoltà di medicina, era stato interrogato a lungo, ma aveva un alibi di ferro confermato dalle registrazioni del laboratorio universitario. Poi, l’uomo si era ritirato a vita privata, cambiando nome o scomparendo dai radar accademici.
Guardai Leo. I suoi zigomi alti, la linea della fronte, la forma leggermente allungata degli occhi: era la copia esatta del volto immortalato nelle fotografie segnaletiche della dottoressa Eleanor Vance che avevamo appeso in bacheca per quasi due anni.
«Tuo padre… come si chiama?» chiesi, voltandomi verso il piccolo.
«Marcus Campbell,» rispose il bambino. «Ma sulle medicine c’è scritto Vance. Dice che Julian Vance era il suo vecchio involucro, prima che il disordine gli portasse via la mente di mamma.»
Feci scorrere lo sguardo oltre il tavolo della macabra pantomima familiare. Sul retro della stanza, dietro una parete divisoria in plexiglas trasparente, c’era un’altra sezione. Una serie di gabbie metalliche, simili a cucce per cani di taglia grande ma foderate all’interno con imbottiture bianche, e una scrivania enorme coperta di monitor per computer, registratori a nastro magnetico e faldoni impilati.
Mi avvicinai alla scrivania. Il riflesso dei monitor spenti rimandava la mia immagine stravolta. Accesi l’interruttore generale posizionato sul bordo del banco da lavoro. I computer si avviarono con un leggero sibilo, illuminando la stanza di una spettrale luce azzurrina.
Sullo schermo principale comparve una schermata di sorveglianza interna divisa in sedici quadranti: ogni angolo della casa era monitorato da telecamere nascoste ad altissima definizione. Inquadravano il portico, il vialetto, il marciapiede della scuola dove avevo incontrato Leo quaranta minuti prima, e la porta d’ingresso.
Ma fu l’ultimo quadrante in basso a destra a farmi sobbalzare: mostrava un feed in tempo reale della strada all’esterno. Una berlina nera, una Volvo vecchio modello con vetri oscurati, stava accostando lentamente lungo il marciapiede, spegnendo i fari a circa venti metri dall’abitazione.
L’orologio digitale nell’angolo dello schermo segnava le 16:12.






