Caddi sul pavimento di cemento, ruzzolando su me stesso per non rimanere un bersaglio statico. Nel buio pesto, l’unica traccia della sua posizione era il lampo dello sparo impresso sulla mia retina e l’odore aspro di polvere da sparo bruciata.
«Non puoi nasconderti qui sotto, agente Dunham,» risuonò la voce di Vance, che non proveniva da un punto fisso, ma sembrava rimbalzare ovunque grazie ai diffusori montati dietro i pannelli. «Questo laboratorio è stato progettato per eliminare le anomalie.»
Sentii il rumore del meccanismo a pompa del fucile: un secco clack-clack. Un altro colpo incamerato.
Mi mossi a carponi, trattenendo il respiro, ignorando il sangue caldo che colava dal graffio sul collo. Dovevo sfruttare l’unica cosa che l’uomo non poteva controllare: la sua presunzione scientifica. Lui credeva che io fossi un semplice poliziotto intrappolato come un topo. Ma in uno spazio buio e ristretto, l’addestramento tattico della polizia ti insegna a contare i passi e a memorizzare gli angoli prima che la luce scompaia.
Mi trovavo a circa quattro metri a sinistra della pedana centrale. Il manichino della “Madre Uno” era alla mia destra.
Allungai la mano nel buio, trovando la gamba metallica del tavolo della cucina fittizia. Con un movimento rapido e calcolato, afferrai una delle tazze di porcellana e la scagliai con violenza verso l’angolo opposto della stanza, contro le gabbie di metallo.
Il rumore del coccio che si infranse fu secco e squillante.
Un istante dopo, il fascio di luce di Vance saettò in quella direzione, seguito dal secondo sparo devastante del calibro 12. La fiammata illuminò la sua sagoma per un quarto di secondo: era fermo accanto al pilastro centrale di supporto, a meno di sei metri da me, con il fucile fumante e il fianco scoperto.
Non esitai.
Puntai la Glock verso la sagoma scura illuminata dal riflesso residuo e premetti il grilletto due volte.
BANG. BANG.
I bossoli calibro 9mm rimbalzarono sul cemento con un suono cristallino. Un urlo strozzato squarciò l’aria. Vance barcollò all’indietro, perdendo la presa sulla pesante torcia, che cadde a terra rotolando e proiettando una lama di luce diagonale contro il pavimento insanguinato. Il fucile scivolò via dalle sue dita, atterrando con un tonfo metallico sul legno della pedana.
Mi alzai di scatto, avanzando verso di lui con la pistola ancora puntata.
Vance era a terra, appoggiato con la schiena contro la base del tavolo. Una delle mie pallottole lo aveva colpito alla spalla destra, mandando in frantumi la clavicola; l’altra gli aveva perforato l’addome sul lato sinistro. Il sangue scuro, denso, macchiava rapidamente la sua camicia immacolata, allargandosi come un’ombra d’inchiostro sulla tovaglia a quadri bianchi e rossi che pendeva sopra di lui.
Il suo respiro era corto, rantolante, ma i suoi occhi, illuminati dalla torcia a terra, non esprimevano dolore. Esprimevano una rabbia fredda, intellettuale, inconsolabile.
«Hai… distrutto… la sequenza,» ansimò, sputando un filo di bava rossastra. «Sei una forza caotica… senza scopo. Non capisci cosa… cosa ho preservato qui dentro.»
Calciai via il fucile a pompa, allontanandolo verso il buio, poi mi chinai su di lui con la mano sinistra pronta a immobilizzarlo, mentre tenevo la Glock ferma contro il suo sterno.
«Capisco fin troppo bene, Vance,» dissi, sentendo la rabbia salirmi dai polmoni alla gola. «Hai rubato la vita di una donna e hai cercato di trasformare un bambino innocente nel fantasma dei tuoi deliri. Ma è finita. Leo è fuori. E tu non lo toccherai mai più.»
L’uomo rise debolmente, un suono simile a una foglia secca calpestata.
«Fuori? Credi che… che basti uscire da questa porta per essere liberi? Guarda… guarda il monitor sulla parete… agente.»
Voltai leggermente la testa, mantenendo la visuale periferica su di lui. Il fascio di luce riflessa illuminava la scrivania dove i computer erano ancora accesi. Uno degli schermi mostrava una cartella aperta con decine di file audio e video datati negli ultimi sei anni.
«Ogni parola che pronuncia… ogni pensiero che formula… è stato codificato da me,» mormorò Vance, con la voce che si affievoliva mentre l’emorragia interna gli svuotava le forze. «Lui non sa come si gioca. Non sa cosa sia un amico. Se lo porti nel tuo mondo rumoroso… impazzirà. Tornerà a cercare l’ordine. Tornerà… da me…»
La sua testa ricadde pesantemente di lato. I suoi occhi rimasero aperti, fissi sul manichino di silicone che rappresentava la moglie perduta, come se stesse ancora aspettando che quella figura inanimata desse un segno di approvazione al suo mostruoso esperimento.
Gli presi il polso. Il battito era debole, filiforme, e dopo pochi secondi si arrestò del tutto. Julian Vance era morto nel bunker che aveva costruito per sconfiggere il tempo e la morte.






