«Significa esattamente ciò che ho detto, signor Carrington. Che oggi indosso una divisa di lana grigia lavata troppe volte e pulisco i vetri della vostra arroganza. Ma prima di questo, prima che il mio ex fidanzato falsificasse sette diligence contabili e cancellasse il mio nome dal registro dei revisori di New York, ho passato otto anni a certificare i bilanci di tre multinazionali agrochimiche e farmaceutiche del New Jersey.»

La mia voce non tremava. Non c’era traccia di risentimento o di supplica nel mio tono; era il tono piatto, clinico e inesorabile con cui un tempo presentavo relazioni d’audit a consigli d’amministrazione composti da uomini che guadagnavano in un quarto d’ora quanto mio padre guadagnava in una vita.

La giacca di Dominic Vale pesava sulle mie spalle come un’armatura di lana vergine e seta. Portava con sé il profumo di legno di cedro, tabacco tostato e un freddo pungente che sapeva di aria notturna di lago. Mi copriva il braccio scoperto, nascondendo il livido rosso cupo e il tessuto lacerato dalla violenza di Blair.

Pierce Carrington fece mezzo passo indietro, ma il marmo lucido del salone tradì il suo movimento: la suola delle sue scarpe inglesi su misura produsse un cigolio secco. I suoi occhi, fino a quel momento velati da una maschera di disprezzo patinato, si spalancarono di una frazione di millimetro.

«Una contabile caduta in disgrazia che ora si improvvisa perito chimico,» sibilò Pierce, tentando di ridere. Fu una risata stridula, priva di polpa, che morì soffocata tra i tendaggi di velluto bordeaux della sala. «Dominic, perdonami, ma stiamo davvero ascoltando i vaneggiamenti di una domestica isterica che ha appena distrutto una bottiglia di Château Lafite Rothschild del 1982 che ho personalmente portato dalla riserva privata di mio padre per celebrare il nostro fidanzamento?»

Dominic Vale non rispose subito.

Non staccava gli occhi dal mio viso. Le sue iridi grigie, fredde come il granito bagnato da una pioggia invernale, sembravano scandagliare ogni centimetro della mia pelle: la stanchezza sotto le mie palpebre, il rossore che pulsava sulla spalla martoriata, la calma ostinata con cui sostenevo il suo sguardo.

Poi, molto lentamente, Dominic girò la testa verso il tappeto persiano.

La macchia scura sembrava sangue versato su sabbia dorata. Al centro della chiazza giacevano i cocci del decanter di cristallo Baccarat e il collo della bottiglia, ancora intriso del sigillo di cera laccata frantumato.

«Hai parlato di un odore, Nora,» disse Dominic. La sua voce era bassa, calibrata, con quella cadenza controllata che a Chicago faceva gelare il sangue a senatori, procuratori distrettuali e capi molo. «Spiegalo a tutti. Spiegalo anche a Pierce.»

«Cianuro di potassio o un suo derivato azotato sintetico,» dissi, scandendo le sillabe senza abbassare la testa. «Ha un fondo che la gente comune scambia per mandorle amare. Ma le mandorle hanno una dolcezza oleosa, pesante. Questo aroma, invece, bruciava sul fondo del palato anche solo a un palmo di distanza. Aveva un sentore acuto, metallico, simile al rame ossidato e alla formaldeide. Il vino, per quanto corposo e invecchiato quarant’anni, non copre quel tipo di esalazione chimica se la temperatura della stanza supera i ventidue gradi.»

Feci una pausa. Nessuno respirava. Le duecento persone dell’alta società di Chicago – gli squali del Michigan Avenue, le ereditiere dei sobborghi a nord, i giudici federali che Dominic ospitava per pura dimostrazione di potere – erano paralizzate come statue in un cimitero illuminato a giorno.

«E poi c’era il foro,» proseguii. «Un calibro 22 o 24. Un ago da prelievo ematico, abbastanza lungo da attraversare la ceralacca senza spaccarla e raggiungere il sughero. Quando Pierce ha posato la bottiglia sul tavolo di servizio dietro il paravento alle 21:04, ha tenuto la mano destra serrata attorno al collo. Non per sostenerla. Per nascondere il residuo di cera polverizzata che si era sbriciolato sul bordo d’argento.»

Il silenzio che seguì fu così denso che si udì il crepitio di un ciocco di quercia che si spaccava nel camino monumentale in fondo al salone.

Blair Carrington emise un verso soffocato, a metà tra l’isterismo e la furia. «Ma la sentite? Sta mentendo! Sta cercando di coprire la sua goffaggine! È una balena maldestra che ha inciampato nei suoi stessi piedi e adesso sta accusando la mia famiglia di tentato omicidio! Dominic, chiama la sicurezza! Falla buttare fuori nella neve prima che chiami la stampa!»

Dominic non si mosse. La sua figura slanciata e imponente proiettava un’ombra lunga sui resti del crop di cuoio spezzato a terra.

«Matteo,» disse a mezza voce, senza voltarsi.

Dall’angolo buio della sala, vicino alle porte finestre che davano sul parco innevato, emerse un uomo sulla cinquantina con un abito grigio fumo impeccabile. Era Matteo Rossi, l’ombra di Dominic, l’uomo che gestiva ciò che i registri delle imprese di Vale Logistics non avrebbero mai potuto contenere.