«Porta qui Marco,» ordinò Dominic. «E chiama il dottor Vane dal piano di sopra. Digli di portare il kit tossicologico portatile. Quello che teniamo nella cassaforte dello studio.»
Pierce fece un salto indietro, come se avesse toccato una piastra rovente. «Dominic, questo è un insulto intollerabile! Siamo soci! Nostra sorella sta per diventare tua moglie! Vuoi davvero degradare questa serata facendo analizzare un vino donato da me sulla base delle favole di una serva che non sa nemmeno allacciarsi il grembiule?»
«Se è una favola,» rispose Dominic, girandosi finalmente verso Pierce, con le mani infilate con calma glaciale nelle tasche dei pantaloni sartoriali, «avrai bevuto quaranta millilitri di Bordeaux d’annata e Nora verrà consegnata alla polizia di stato entro mezzanotte per diffamazione aggravata, aggressione e danni a proprietà privata.»
Gli occhi di Pierce si restrinsero. Un lampo di panico puro, viscerale, gli attraversò la fronte, lucida di un sottile velo di sudore che il fondotinta non riusciva più a nascondere.
«E se non è una favola, Pierce?» continuò Dominic, compiendo un solo, lento passo in avanti. «Cosa succede se non è una favola?»
Pierce serrò le mascelle. «Non mi presterò a questa farsa. Blair, prendi il cappotto. Andiamo via.»
«Nessuno lascia questa stanza,» disse Dominic. Non alzò la voce. Non gridò. Ma il suono di quattro scatti metallici all’ingresso principale del salone confermò l’ordine: due uomini in abito scuro avevano bloccato le doppie porte di noce massiccio, posizionandosi con le braccia incrociate e le giacche sbottonate.
Blair Carrington sbiancò. Il velo di arroganza che le dipingeva il volto perfetto cominciò a colare come cera calda. «Dominic… cosa stai facendo? I nostri ospiti…»
«I nostri ospiti stanno per assistere a una dimostrazione di controllo qualità,» disse lui, con una calma terrificante.
Un minuto dopo, le porte laterali si aprirono e un uomo anziano dai capelli bianchi e una borsa di cuoio nero entrò a passo svelto, affiancato da due guardie. Era il dottor Julian Vane, il medico personale della famiglia Vale da oltre vent’anni. Dietro di lui c’era Marco, un sommelier con il grembiule da cantina, che teneva in mano una pipetta di vetro sterile e un paio di pinzette d’acciaio.
Il dottor Vane non fece domande. Aveva visto abbastanza cose nella sua vita da sapere che le domande, a casa Vale, riducevano l’aspettativa di vita. Si inginocchiò accanto alla pozza di vino sul tappeto, incurante della seta bagnata che gli sporcava i pantaloni.
Con movimenti precisi, Marco usò la pipetta per raccogliere circa dieci millilitri di liquido scuro dai frammenti concavi del cristallo rotto. Vane aprì una custodia d’alluminio, estrasse una striscia reattiva a spettro largo e tre fiale contenenti solventi chimici.
Tutti gli occhi nel salone erano incollati a quelle dita anziane.
Vane immerse la prima striscia. Aggiunse tre gocce di reagente trasparente da una boccetta con l’etichetta azzurra.
Il silenzio divenne soffocante. Si sentiva solo il respiro affannoso di Blair, un ansimare corto e spaventato, mentre stringeva la pochette tempestata di diamanti fino a sbiancarsi le nocche.
La striscia reattiva, inizialmente di un giallo pallido, cambiò colore in meno di quattro secondi.
Prima blu notte.
Poi nero pece.
Le mani del dottor Vane si fermarono. Alzò la testa molto lentamente, guardando prima Dominic, poi me, e infine Pierce Carrington, che ora sembrava aver perso ogni traccia di colorito, ridotto a una maschera di gesso tremante.
«Cianuro sintetico ad alta concentrazione,» disse Vane con voce piatta, quasi scientifica. «Una dose letale per tre cavalli da corsa, figuriamoci per un uomo adulto. L’assorbimento attraverso la mucosa gastrica avrebbe impiegato meno di centoventi secondi. Arresto respiratorio immediato, paralisi del tronco encefalico.»
Un urlo strozzato sfuggì alla gola di una delle dame vicine al camino, seguito dal rumore sordo di un calice di champagne che andava in frantumi sul pavimento. Il panico serpeggiò tra gli ospiti come una scarica elettrica; alcuni fecero per arretrare, altri cercarono disperatamente le uscite con gli occhi, ma nessuno osò emettere una sola parola ad alta voce.
Dominic Vale non batté ciglio. Le sue pupille sembravano essersi dilatate fino a inghiottire l’iride grigia.
«Affascinante,» sussurrò Dominic. Il suo tono era così privo di emozione che risultava più violento di uno sparo.
Si voltò verso Pierce.
«Il mio brindisi nuziale,» continuò Dominic, parlando con una cadenza metronomica. «La bottiglia riservata al futuro sposo. La bottiglia che hai insistito per stappare personalmente sul tavolo d’onore, proprio mentre io venivo chiamato al telefono al piano superiore per una finta emergenza al terminal cinque del porto.»
«Dominic… ti prego… è una trappola!» rantolò Pierce, indietreggiando fino a sbattere la schiena contro una colonna di marmo scanalata. «Qualcuno l’ha manomessa in cantina! Qualcuno dei tuoi nemici! I sindacati dei moli, o la famiglia Moretti… volevano incastrarmi!»






