Blair si alzò a fatica, tremante, con l’abito di seta bianca sporco di vino e polvere. Guardò me per un istante, con gli occhi gonfi di un odio impotente e velenoso, poi guardò Dominic. Rendendosi conto che non c’era pietà, né spazio per la seduzione o il ricatto, raccolse lo strascico del vestito e fuggì su per la grande scalinata, con il rumore dei suoi tacchi che risuonava come grandine impazzita sui gradini di marmo.

La stanza tornò nel silenzio più assoluto.

Rimanevo solo io.

Il dottor Vane si avvicinò con cautela. «Signorina… dovrei dare un’occhiata a quella spalla. I colpi di un crop di cuoio pesante possono causare lacerazioni profonde del derma e traumi muscolari.»

Feci per fare un passo indietro, ma il dolore alla schiena mi strappò un respiro sibilante tra i denti. Le gambe, che avevano retto per pura forza di volontà per quasi mezz’ora, cedettero di colpo.

Non caddi.

Prima che le mie ginocchia toccassero il pavimento, due braccia forti mi afferrarono per la vita. Dominic Vale mi sostenne con una presa salda, priva di esitazione, sollevandomi quasi senza sforzo e impedendomi di crollare sui cocci di vetro.

«Nora,» disse, e per la prima volta la sua voce aveva perso quella gelida durezza da esecutore. «Ti ho presa. Calmati.»

«Posso… posso camminare, signor Vale,» mormorai, sentendo la fronte imperlata di sudore freddo. L’adrenalina stava scendendo, lasciando dietro di sé una voragine di stanchezza, nausea e dolore pulsante.

«Taci per una volta,» rispose lui, ma non c’era rabbia nel rimprovero.

Senza chiedere il permesso, infilò un braccio sotto le mie ginocchia e mi sollevò tra le sue braccia. Pesavo novantaquattro chili. La maggior parte degli uomini della mia vita mi aveva trattata come un peso ingombrante, un fastidio estetico, una presenza fisica da ignorare o ridicolizzare. Dominic Vale non vacillò nemmeno per un istante. I suoi muscoli si tesero sotto la camicia di lino scuro, e mi portò verso l’ascensore privato in fondo al corridoio come se fossi fatta d’aria.

«Dottor Vane, nel mio studio privato al terzo piano. Prendi tutto il necessario per suturare e disinfettare,» ordinò Dominic, superando le doppie porte mentre Matteo chiudeva a chiave il salone alle nostre spalle.

Salimmo in silenzio. Il ronzio dell’ascensore idraulico era l’unico suono a scandire i battiti del mio cuore, che martellavano contro le mie costole come un tamburo di guerra. Potevo sentire il calore del petto di Dominic contro la mia guancia, il ritmo costante e quasi disumano della sua respirazione. Non sembrava un uomo scampato a un tentato omicidio; sembrava un generale che aveva appena completato una manovra tattica prevista da mesi.

Arrivammo allo studio al terzo piano. Era una stanza enorme, dominata da pareti interamente ricoperte di librerie in mogano scuro, una scrivania monumentale di cuoio verde e grandi finestre che mostravano la tempesta di neve che infuriava sul lago Michigan.

Dominic mi posò con cura su un lungo divano di pelle marrone, facendomi adagiare a pancia in giù per non fare pressione sulla spalla ferita.

Il dottor Vane entrò un istante dopo, posando la sua valigetta d’emergenza su un tavolino basso.

«Fammi vedere,» disse il medico, tirando fuori forbici chirurgiche e flaconi di antisettico.

Sentii Dominic fare un passo indietro, ma non lasciò la stanza. Si mise accanto al camino acceso dello studio, versandosi un bicchiere di scotch da una caraffa di cristallo intonso.

Il dottor Vane tagliò via con delicatezza la stoffa della mia divisa da cameriera attorno alla spalla sinistra. Quando il tessuto si staccò dalla pelle, il contatto con l’aria fredda mi fece serrare i pugni contro i cuscini di cuoio.

«Un taglio netto lungo dieci centimetri,» mormorò Vane, esaminando la ferita con una luce tascabile. «La pelle è spaccata fino al tessuto sottocutaneo. La punta d’argento del frustino ha fatto da cuneo. Ci vorranno sei o sette punti di sutura, oltre a una fasciatura compressiva per l’ematoma circostante.»

«Fai quello che devi,» disse Dominic dal camino, senza voltarsi, ma con lo sguardo fisso sul riflesso del vetro della finestra. «E usa un anestetico locale a rilascio lento. Non voglio che senta altro dolore stanotte.»

«Non serve l’anestetico per così poco, dottore,» dissi con la voce un po’ roca. «Ho sopportato di peggio.»

Vane mi guardò da sopra i suoi occhialini d’oro, poi scosse la testa con una tenerezza inaspettata. «Nessuno dovrebbe abituarsi a sopportare di peggio, signorina Nora. Resista un momento per la puntura.»

L’ago dell’anestetico bruciò come fuoco liquido, ma dopo pochi secondi un freddo intorpidente avvolse la mia spalla. Sentivo il dottor Vane lavorare: il rumore degli strumenti metallici, la sensazione di trazione della pelle mentre tirava i punti, l’odore acre del disinfettante allo iodio. Non emisi un fiato. Fissavo il fuoco che danzava nella griglia di ghisa, cercando di rimettere insieme i pezzi di ciò che era appena accaduto.