— La fodera dell’abito è stata scucita da Henri quella notte, intervenne Isabelle con voce limpida, fissando il notaio dritto negli occhi. Ma Henri trovò soltanto le lettere d’accusa contro i soci minori. Non ha mai trovato i conti delle fondazioni. Sai perché, Jacques? Perché Mireille Laurent non aveva cucito una sola tasca segreta nel vestito. Ne aveva cucite due.

Valadier rimase immobile, il respiro che si faceva improvvisamente corto e sibilante.

— Due?

— Una era sotto il corpetto, visibile se si tagliava la seta dal lato del cuore, continuò Isabelle con un sorriso fiero, quasi radioso. L’altra era nella crinolina della gonna, nascosta tra i cerchi d’acciaio e il doppio strato di tulle dorato. L’abito che è esposto da ieri al Musée Galliera contiene ancora i microfilm originali con tutte le tue firme, Jacques. Tutte le firme delle transazioni tra Ginevra e il Lussemburgo per pagare il tuo silenzio dopo la mia scomparsa.

— Bugie! ruggì il vecchio, battendo il bastone contro il pavimento di pietra con una violenza inaspettata. Sparategli! Prendete quelle carte e bruciate tutto!

Prima che i due uomini potessero sollevare le armi, un suono squarciò il silenzio della collina provenzale: l’ululato lacerante di sirene bitonali che salivano a grande velocità lungo i tornanti di Saint-Paul-de-Vence.

I lampeggianti blu della Gendarmerie Nationale cominciarono a riflettersi sui muri di pietra della bastide, illuminando i rami degli ulivi e le finestre della torre con una danza frenetica di luci cobalto.

I due sicari si guardarono. Senza dire una parola, ignorando i comandi urlati di Valadier, si voltarono verso la scala a chiocciola e si precipitarono giù per i gradini nel disperato tentativo di fuggire attraverso la macchia mediterranea sul retro della collina.

Valadier rimase solo.

Il suo bastone cadde sul pavimento con un tonfo metallico, rotolando per qualche metro prima di fermarsi contro lo zoccolo della libreria. Il vecchio si appoggiò con entrambe le mani al tavolo polveroso, il respiro spezzato da un affanno asmatico, mentre il colore abbandonava il suo viso lasciandolo di una tonalità cinerea, simile alla pietra delle mura circostanti.

— È finita, Jacques, disse Isabelle a bassa voce, senza trionfalismo, con una tristezza infinita nello sguardo. È finita per Henri sei anni fa. E stasera è finita anche per te.

I passi pesanti dei gendarmi risuonarono lungo la scala di pietra, accompagnati da ordini secchi e dal tintinnio delle fondine.

Alexandre strinse forte la spalla di sua madre. Per la prima volta dopo ventiquattr’anni, sentì che la stanza non si stava rimpicciolendo per soffocarli, ma si stava aprendo verso un orizzonte limpido, ripulito dal veleno delle menzogne paterne.

PARTE 10 — IL TESSUTO DEL DOMANI

Tre settimane dopo, l’autunno parigino aveva ceduto il passo ai primi freddi di dicembre. I platani lungo la Senna avevano perso quasi tutte le foglie, lasciando scheletri neri che si stagliavano contro un cielo color perla.

Nel grande appartamento di Avenue Montaigne, Alexandre Beaumont stava finendo di fare le valigie. Niente bauli lussuosi di cuoio monogrammato, solo due borse da viaggio sobrie e pratiche. L’attico era silenzioso. I quadri di famiglia erano stati rimossi dalle pareti: al loro posto rimanevano rettangoli più chiari sull’intonaco, tracce mute di un’eredità che non gli apparteneva più.

Le indagini giudiziarie avevano travolto i vertici storici della Beaumont Holding. Con la testimonianza spontanea di Alexandre, i microfilm recuperati dalla crinolina dell’abito e le confessioni di Jacques Valadier — crollato dopo quarantotto ore di fermo giudiziario —, la magistratura aveva aperto procedimenti per sequestro di persona, appropriazione indebita aggravata, corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio.

Alexandre aveva rinunciato ufficialmente alla presidenza e aveva destinato la maggior parte del patrimonio liquido di Henri alla creazione di un fondo di tutela per donne vittime di violenza domestica e coercizione economica, intitolato a Isabelle Beaumont.

Il campanello della porta suonò con due rintocchi discreti.

Alexandre andò ad aprire. Camille era lì, con un cappotto di lana grigia e una sciarpa di cachemire avvolta attorno al collo. Non c’era più traccia dell’arroganza con cui sei mesi prima calpestava i saloni d’alta moda parigini. C’era nei suoi occhi una maturità nuova, conquistata attraverso la paura e la scelta di fare la cosa giusta quando sarebbe stato più comodo tacere.

— È tutto pronto? chiese lei entrando e posando la borsa sul ripiano dell’ingresso.

— Quasi tutto, rispose Alexandre sorridendo leggermente. Mamma sta aspettando a Saint-Cloud. Ha preparato un tè con i biscotti alla cannella. Dice che dobbiamo festeggiare la sua prima settimana da cittadina libera a tutti gli effetti. Ha riavuto la sua carta d’identità francese ieri mattina. Con il suo vero nome: Isabelle Laurent. Ha cancellato il cognome Beaumont da tutti i suoi documenti personali.

Camille annuì, guardando le stanze vuote.

— E tu? Come ti senti?