Camille si voltò, gli occhi sgranati.

— Stai dicendo che Jacques Valadier non è solo un vecchio complice, ma il custode di una rete di ricatti ancora attiva?

— Esattamente, rispose Isabelle. E se Valadier si è fatto vedere stasera, è perché ha capito che io non mi fermerò finché l’intero sistema costruito da Henri non sarà stato smantellato pezzo per pezzo. Voleva ricordarmi che lui è ancora qui. Che il mostro ha perso la testa, ma i suoi artigli sono intatti.

Arrivarono alla vecchia casa di Saint-Cloud poco dopo le dieci. La villa, immersa tra querce secolari e protetta da un cancello in ferro battuto che cigolava sui cardini arrugginiti, sembrava un’isola di quiete sperduta nel tempo. Era qui che Isabelle si era nascosta nei primi mesi dopo il suo rientro clandestino, vivendo come un fantasma tra mobili coperti da teli di canapa e stanze riscaldate a malapena da un camino malfunzionante.

Alexandre aiutò la madre a scendere dall’auto. Camille e Mireille li seguirono lungo il vialetto ghiaioso. La pioggia si era trasformata in una nebbia fitta che avvolgeva gli alberi come un sudario.

Appena Alexandre infilò la chiave nella serratura dell’ingresso, notò qualcosa di insolito. La toppa non offrì la minima resistenza. Il chiavistello era già scattato.

— Aspettate qui, disse a voce bassa, trattenendo Camille per un braccio.

— Alexandre, no! mormorò Isabelle, il volto sbiancato dalla paura.

Ma Alexandre spinse la porta di rovere. L’atrio era immerso nell’oscurità. Nell’aria aleggiava un odore pungente, acre: tabacco da pipa aromatizzato alla ciliegia selvatica.

Alexandre premette l’interruttore della luce. La lampada centrale si accese, rivelando il salotto devastato.

I quadri erano stati staccati dalle pareti e le cornici spezzate. I cuscini dei divani erano stati sventrati con lame affilate, la lana e le piume sparse ovunque sul parquet scuro. La libreria, dove Isabelle conservava i ricordi degli anni passati in esilio, era stata svuotata: i volumi giacevano a terra, calpestati e aperti con violenza.

E sul grande tavolo di noce al centro della stanza, accanto alla vecchia fotografia che ritraeva Alexandre a quattordici anni, c’era un unico oggetto.

Un paio di guanti in pelle di cervo, grigi, immacolati. E sotto di essi, un foglio di carta intestata con il monogramma di Henri Beaumont: tre lettere dorate intrecciate su pergamena pesante.

C’era una sola riga manoscritta con inchiostro nero indelebile:«I debiti dei morti si pagano sempre sui vivi. Consegnami la chiave di Saint-Paul.»

PARTE 5 — LA FABBRICA DEI SEGRETI

Il silenzio che calò sulla casa fu rotto soltanto dal singhiozzo trattenuto di Camille. Mireille, superando la soglia con passo cauto, si chinò su una delle poltrone distrutte, raccolse una manciata di piume e la lasciò ricadere lentamente. Il suo volto, temprato da decenni di lavoro duro e umiliazioni sopportate a testa bassa, non esprimeva panico, ma una rabbia sorda e antica.

— Dobbiamo chiamare la gendarmeria immediatamente, disse Camille, estraendo di nuovo il cellulare. Questo è un crimine, è una violazione di domicilio, un’intimidazione mafiosa!

— E cosa dirai alla gendarmeria? intervenne Isabelle, entrando lentamente e appoggiandosi alla parete con la mano tremante. Che qualcuno ha cercato una chiave che ufficialmente non esiste? Che Jacques Valadier è entrato qui mentre era a un ricevimento pubblico con cento testimoni che giureranno di averlo visto fino alle dieci e mezzo? Gli uomini come lui non sporcano i loro guanti, Camille. Quelli lasciati sul tavolo sono un simbolo, una firma. Chi è entrato qui era un professionista pagato per farci capire che non abbiamo nessun posto sicuro.

Alexandre si avvicinò al tavolo. Non toccò i guanti né la lettera. Fissò la foto della sua adolescenza. La cornice d’argento era stata piegata, ma il vetro era rimasto miracolosamente intatto. Il ragazzino con i capelli ricci e lo sguardo imbronciato continuava a guardarlo da quel lontano pomeriggio d’estate, ignaro del fatto che sua madre non era scappata con un amante a Monte Carlo come suo padre gli aveva urlato quella sera stessa, ma era prigioniera in una cantina a cinquanta chilometri da Parigi prima di essere esiliata a vita.

— Mamma, disse Alexandre voltandosi verso di lei, la voce stranamente ferma, ripulita da qualsiasi esitazione infantile. Cos’è la chiave di Saint-Paul?

Isabelle sospirò, lasciandosi scivolare su una sedia che era sfuggita alla furia dei devastatori.

— Quando venni portata in quella villa isolata dopo il gala di ventiquattr’anni fa, Henri mi tenne chiusa in una stanza al secondo piano per sei giorni. Pensava che avessi consegnato tutto al magistrato prima del ricevimento. Mi interrogava ogni notte. Era ossessionato dall’idea che i suoi rivali potessero distruggerlo. Durante la quinta notte, convinto che io non avessi più nulla e che fossi piegata dalla paura, si ubriacò. Portò con sé una cassetta di sicurezza portatile, una piccola cassaforte inglese con un doppio fondo. Voleva bruciare davanti a me i contratti di Saint-Paul per dimostrarmi che non avrei mai avuto nulla, che non mi spettava un solo franco del patrimonio.