Salirono i gradini a chiocciola di pietra consumata. Al termine della scala, una porta di massello immetteva nel grande studio circolare della torre.
La stanza era monumentale e polverosa. Grandi scaffalature di legno scuro foderavano metà delle pareti, cariche di faldoni ingialliti e libri rilegati in pelle. Sulla parete a nord, dominava una serie di quattro splendidi pannelli intagliati nel noce antico: le Quattro Stagioni.
La Primavera, con una fanciulla incoronata di fiori; l’Estate, con spighe di grano e falci; l’Autunno, con grappoli d’uva e pampini; e l’Inverno, raffigurato come un vecchio avvolto in un pesante mantello di pelliccia, seduto accanto a un braciere acceso sotto un albero spoglio.
Isabelle si avvicinò all’Inverno. Posò le dita tremanti sul legno intagliato, esattamente sulla fiamma del braciere di pietra.
— Premi qui, Alexandre. Con forza. La chiusura a scatto è all’interno.
Alexandre appoggiò entrambi i pollici sulla parte centrale del pannello e premette con tutto il suo peso. Ci fu uno scatto sordo, metallico, seguito dal suono di un contrappeso che scorreva lungo una guida arrugginita.
L’intero pannello di noce scivolò lateralmente di trenta centimetri, svelando una cavità ricavata nello spessore del muro maestro di pietra.
Al suo interno, incassata nella roccia viva, si trovava una cassaforte d’acciaio verde scuro, massiccia, con due maniglie d’ottone e una toppa protetta da uno sportellino a scorrimento.
Sotto la toppa, quattro tamburi d’ottone recavano cifre da 0 a 9.
— La combinazione, disse Alexandre con il cuore in gola. Hai detto che non la conoscevi.
Isabelle guardò la cassaforte. Poi guardò suo figlio.
— Non la conoscevo ventiquattr’anni fa, Alexandre. Ma l’ho capita quando mi hai detto che avevi rinunciato alla presidenza della holding per cercare la verità. Tuo padre era un mostro di superbia, ma c’era una sola cosa che ammirava più del potere: la sua stessa discendenza. Il codice non è una data di affari. Non è il giorno del nostro matrimonio, che lui considerava un semplice accordo finanziario.
Isabelle allungò la mano e fece ruotare i quattro tamburi con precisione millimetrica:
Uno. Nove. Sette. Otto.
1978.
— L’anno in cui sei nato, mormorò Isabelle.
Ci fu un clic secco all’interno del meccanismo. Lo scatto dei bilancieri si propagò attraverso lo spesso sportello di metallo.
Alexandre prese la chiave d’acciaio con l’impugnatura a giglio dalla tasca della giacca. Le sue mani non tremavano più. Inserì la chiave nella toppa, sentì i perni allinearsi perfettamente con una precisione svizzera, e girò in senso orario.
Il pesante sportello blindato si aprì con un gemito sommesso.
PARTE 8 — IL PREZZO DEL SILENZIO
L’interno della cassaforte era foderato di velluto verde ormai consunto. Dentro non c’erano lingotti d’oro né mazzette di denaro contante. C’erano tre spesse cartelle di cuoio nero, legate con nastri rossi sigillati con ceralacca.
Sulla prima cartella spiccava un’etichetta scritta a mano con la calligrafia inconfondibile di Henri Beaumont: Operazioni Fiduciarie Internazionali — Protocolli Riservati 1985-1998.
Sulla seconda: Contributi e Accordi Discrezionali — Funzionari Pubblici e Magistratura.
Sulla terza cartella, più sottile ma chiusa da un doppio sigillo, c’era un’unica parola: Isabelle.
Alexandre sentì le gambe cedere. Prese la terza cartella con mani incredule, sciogliendo il nastro di seta rossa che si sbriciolò tra le sue dita a causa degli anni.
All’interno c’erano contratti di sorveglianza privata, ricevute mensili di bonifici indirizzati a una banca di Ginevra con causali anonime, copie di rapporti investigativi dettagliati con fotografie in bianco e nero: Isabelle che camminava in una strada di Gand con la spesa; Isabelle seduta su una panchina a Losanna mentre leggeva un libro; Isabelle che entrava in un dispensario medico.
Ma il documento più agghiacciante era una scrittura privata datata 14 novembre 1999, firmata congiuntamente da Henri Beaumont e Jacques Valadier.
Un accordo di mandato post-mortem in cui si stabiliva che, alla morte di Henri, una quota fissa dei proventi delle società offshore sarebbe stata trasferita a Valadier per un unico scopo primario: «Mantenere la completa interdizione e l’allontanamento definitivo della signora Isabelle Laurent in Beaumont dal territorio nazionale e dall’erede Alexandre Beaumont, con autorizzazione all’uso di qualsiasi mezzo coercitivo o dissuasivo necessario per preservare l’integrità del patrimonio e la reputazione della linea di successione.»
— Sapeva tutto, mormorò Alexandre, e le lacrime gli annebbiarono la vista. Sapeva ogni passo che facevi. Ti pagava l’esilio e intanto pagava Valadier per assicurarsi che tu non potessi mai tornare a toccarmi… o a dirmi che mi amavi.
— Non era solo questo, disse una voce roca alle loro spalle, rompendo l’aria immobile della torre.
Alexandre e Isabelle si voltarono di scatto.
Sulla soglia della scala a chiocciola, appoggiato al suo bastone dall’impugnatura d’argento, c’era Jacques Valadier. Indossava un soprabito di loden verde scuro, i capelli bianchi spettinati dal maestrale, il viso segnato da una livida impassibilità.





