Si passò una mano tra i capelli bianchi, gli occhi persi nel buio dell’atrio.

— Mentre dormiva sulla poltrona, vinto dal brandy, io riuscii a sfilargli la chiave dal panciotto. Non potevo aprire la cassaforte allora, c’era una combinazione numerica a quattro tamburi che non conoscevo. Ma sapevo dove quella cassaforte sarebbe stata nascosta una volta terminato il mio esilio forzato. Henri non cambiava mai i suoi nascondigli. Saint-Paul-de-Vence era il suo santuario. Lì c’era un vecchio studio nella torre di pietra, dietro una pannellatura di noce che riproduceva le allegorie delle quattro stagioni. La cassaforte era murata dietro l’allegoria dell’Inverno.

— E la chiave? chiese Alexandre. Dove l’hai tenuta per ventiquattr’anni?

Isabelle sollevò lo sguardo verso Mireille. Un lampo d’intesa attraversò gli occhi delle due donne anziane.

— Mostragliela, Mireille, disse dolcemente Isabelle.

Mireille esitò un istante. Poi allungò la mano verso il colletto del suo vestito di lino blu. Sfiorò la cucitura interna della spallina sinistra. Con le dita esperte di una donna che aveva passato quarant’anni a maneggiare aghi, fili, rocchetti e forbici di precisione, trovò un piccolo punto nascosto. Tirò leggermente un capo di filo cerato. La cucitura si aprì docilmente con un suono morbido, impercettibile.

Dalla fodera della spallina scivolò fuori un piccolo oggetto metallico, non più lungo di quattro centimetri, avvolto in un pezzo di camoscio invecchiato.

Era una chiave d’acciaio brunito, a doppia mappa, finemente lavorata, con l’impugnatura traforata a forma di giglio araldico.

Alexandre la guardò sbalordito.

— Ce l’avevi tu? Per tutto questo tempo?

— No, rispose Mireille scuotendo la testa. Me l’ha consegnata Isabelle tre settimane fa, prima di depositare l’abito nel nostro salone. Mi disse: «Mireille, se mi succede qualcosa prima che Alexandre riesca a trovarmi a Saint-Cloud, tu devi portare questa chiave a un notaio di fiducia a Nizza. Ma non tenerla in casa tua, e non tenerla in borsa. Mettila dove nessuno cerca mai: dentro il vestito che indossi tutti i giorni.» E io l’ho cucita nel mio tailleur da lavoro. Poi stasera, prima di venire al museo, l’ho trasferita in questo abito. L’arte del cucito, signor Beaumont, serve a vestire le regine, ma soprattutto a nascondere i segreti delle serve.

Camille si passò una mano sulla fronte, scuotendo la testa con incredulità e sgomento.

— Questa follia deve finire. Se Valadier sa che questa chiave esiste, e sa che conduce all’archivio di Saint-Paul, significa che la casa è sorvegliata. Non possiamo semplicemente prendere la macchina e andare in Costa Azzurra ad aprire una cassaforte. Se Jacques Valadier si è spinto fino a sventrare questa casa stasera, cosa gli impedirà di aspettarci laggiù con gente armata?

— Ha ragione, disse Alexandre. Camille ha ragione. Non possiamo agire da dilettanti. Ma non possiamo nemmeno restare qui ad aspettare che tornino.

Alexandre si avvicinò alla finestra distrutta, sbirciando oltre le tende strappate. Fuori, tra le ombre del parco secolare, la sagoma scura di una berlina coi fari spenti era ferma al margine della strada provinciale, a cinquanta metri dal cancello della proprietà.

— Sono già lì, disse a denti stretti. Ci stanno aspettando.

PARTE 6 — IL FILO SPEZZATO

La decisione fu presa nel giro di dieci minuti, nel retrocucina rimasto incredibilmente intatto perché i visitatori notturni cercavano carte, non stoviglie.

Camille prese il comando con una freddezza ereditata dalla sua educazione altoborghese, abituata a gestire emergenze di facciata e crisi di reputazione finanziaria.

— La mia auto è parcheggiata nel cortile interno, coperta dal glicine. La tua berlina, Alexandre, è quella che stanno controllando. Se usciamo insieme, ci seguiranno e ci fermeranno alla prima curva isolata prima dell’autostrada A6. Tu e tua madre dovete prendere la mia macchina, uscire dal retro della tenuta passando dal vecchio cancello del guardiano che dà sulla foresta di Fausses-Reposes.

— E voi due? chiese Isabelle con voce ansiosa. Non vi lascerò qui da sole a subire la loro vendetta!

— Noi non rimarremo qui, intervenne Mireille con determinazione. Io prenderò le chiavi della berlina di Alexandre. Camille salirà accanto a me con un foulard in testa e gli occhiali scuri, fingendo di essere Isabelle. Usciremo dall’ingresso principale con i fari abbaglianti accesi, a gran velocità, prendendo la direzione verso Parigi centro, verso il Quai d’Orsay. Ci seguiranno credendo che siate voi due che scappate verso un distretto di polizia della capitale. Questo vi darà almeno tre ore di vantaggio per raggiungere la Provenza senza nessuno alle calcagna.

Alexandre fissò la vestiarista. Vide nei suoi occhi scuri, cerchiati dalla stanchezza ma accesi da un fuoco indomito, la stessa donna che ventiquattr’anni prima era rimasta fedele a sua madre nonostante le minacce di sfratto e la miseria.

— È troppo pericoloso per voi, Mireille. Non posso permetterlo. Ho già debiti morali con voi che non potrò ripagare in tutta la mia vita.