— C’è troppa gente, mormorò Isabelle con un filo di voce roca. Troppi occhi che cercano la tragedia invece della verità.
— Sei stanca, disse Alexandre, voltandosi verso di lei con premura. Possiamo andarcene adesso. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare. Il museo proteggerà la storia, e la giustizia sta facendo il suo corso.
— La giustizia fa il suo corso solo sulle carte bollate, Alexandre, replicò Isabelle con un sorriso stanco. Non negli sguardi. Guarda l’uomo vicino alla colonna a sinistra. Quello con il garofano grigio all’occhiello.
Alexandre seguì la traiettoria dello sguardo di sua madre. Sotto l’arcata neoclassica, a una decina di metri di distanza, un uomo anziano, dalla corporatura massiccia e i capelli candidi tagliati cortissimi all’abitudine militare, stava osservando la teca. Non guardava l’abito. Guardava Isabelle. Il suo viso era una maschera di rughe profonde, incise come tagli nella roccia, e gli occhi avevano la vitrea immobilità di un rettile.
— Chi è? chiese Alexandre, sentendo una strana contrazione allo stomaco.
— Jacques Valadier, rispose Isabelle, e la sua mano ebbe un impercettibile tremito contro quella del figlio. Era l’esecutore testamentario ombra di tuo padre. Il notaio che non firmava gli atti pubblici, ma che gestiva le cassette di sicurezza a Ginevra e Vaduz. Quando Henri mi costrinse a salire su quell’auto ventiquattr’anni fa, Valadier era seduto sul sedile anteriore. Era lui che teneva la cartella nera.
Alexandre si irrigidì. Sentì il sangue pulsargli nelle tempie con la violenza di un maglio. Fece per muovere un passo in avanti, ma Camille gli posò una mano sul braccio.
— Alexandre, no. Ci sono i giornalisti. Se perdi il controllo adesso, vanifichi tutto quello che hai fatto per ripulire il nome di tua madre.
— Quell’uomo ha contribuito a sequestrare mia madre, Camille! sibilò Alexandre a denti stretti. Ha aiutato mio padre a distruggere la mia vita per ventiquattro anni!
— E proprio per questo non devi dargli il vantaggio della rabbia, intervenne Mireille con voce sorprendentemente ferma, avvicinandosi. I lupi non si affrontano a testa bassa, signor Beaumont. Si aspettano che mostrino i denti per primi. E lui non è venuto qui per brindare alla cultura francese.
Valadier, accortosi di essere stato individuato, non distolse lo sguardo né mostrò alcun imbarazzo. Sollevò lentamente il calice che teneva in mano, inclinando il capo in un gesto che poteva sembrare un omaggio cavalleresco ma che trasudava una minaccia gelida e metodica. Poi si voltò, appoggiandosi a un bastone da passeggio con l’impugnatura d’argento a forma di testa di levriero, e si incamminò con passo misurato verso l’uscita laterale che dava sui giardini di Rue de Galliera.
Isabelle tirò un sospiro profondo, portandosi la mano libera al petto, proprio sopra il cuore.
— Andiamo via, disse. Ti prego, Alexandre. Portami a Saint-Cloud.
Il tragitto in automobile fu consumato da un silenzio greve. Alexandre guidava la berlina attraverso il traffico serale dei viali parigini, mentre la pioggia autunnale cominciava a tamburellare sul parabrezza con un ritmo insistente. Camille sedeva davanti, accanto a lui, consultando febbrilmente il telefono per verificare che nessun cronista avesse notato la presenza di Valadier al gala. Mireille e Isabelle sedevano sul sedile posteriore, le spalle curve, guardando scorrere i lampioni sfocati lungo la Senna.
— Cosa può volere ancora, Isabelle? chiese Mireille a mezza voce. Henri è morto da sei anni. Il processo contro gli ex dirigenti della Beaumont Holding inizierà tra tre mesi. I conti esteri sono stati congelati dalle autorità fiscali. Cosa gli resta da difendere?
Isabelle appoggiò la fronte contro il vetro freddo del finestrino. I riflessi dei fari illuminavano a intermittenza la cicatrice sopra il suo sopracciglio destro, quel piccolo segno che era stato il suo marchio di dolore e riconoscimento.
— Henri non si fidava di nessuno, Mireille. Nemmeno di se stesso. E meno che mai di Valadier. Quando io copiai quei documenti prima del gala, non presi soltanto i registri dei fondi neri per comprare i soci dissenzienti. C’era un secondo fascicolo. Qualcosa che Henri teneva separato da tutto il resto. Riguardava la tenuta di famiglia a Saint-Paul-de-Vence e una serie di transazioni immobiliari che non figuravano in alcun bilancio della holding.
Alexandre guardò la madre attraverso lo specchietto retrovisore.
— Saint-Paul-de-Vence? La casa dove andavamo d’estate quando ero piccolo? È stata venduta venti anni fa, papà mi disse che era ipotecata fino all’ultimo centesimo per salvare la filiale di Lione!
— Non era ipotecata, disse Isabelle con una calma dolorosa. Era stata schermata dietro una società fiduciaria con sede in Lussemburgo. Valadier era l’unico beneficiario effettivo nominato da tuo padre in caso di premorienza. Ma quella casa non era solo una proprietà di lusso, Alexandre. Lì dentro c’era l’archivio originale delle fondazioni di beneficenza che Henri utilizzava per ripulire le tangenti destinate ai funzionari del ministero dei Trasporti negli anni Novanta. Se quell’archivio venisse alla luce, non sarebbero solo due ex consiglieri d’amministrazione a finire in prigione. Cadrebbero nomi pesantissimi della politica, giudici in pensione, persino vecchi ambasciatori. Uomini che Henri teneva in pugno e che, fino a oggi, hanno garantito la tranquillità di Valadier.





