Mireille gli posò una mano ruvida sulla manica della giacca.

— Signor Alexandre… ventiquattr’anni fa ho abbassato gli occhi. Ho lasciato che suo padre portasse via la mia amica e la mia protettrice perché avevo paura per il posto di lavoro di mio fratello. Per ventiquattr’anni ogni volta che pulivo un pavimento o raccoglievo una spilla caduta a una cliente viziata, mi chiedevo cosa sarei valsa se quella notte avessi gridato più forte. Non mi tolga la possibilità di non avere più paura. Adesso andate. La chiave di Saint-Paul deve compiere il suo dovere. Deve liberare questa famiglia una volta per tutte.

Isabelle abbracciò Mireille, stringendola a sé con la disperazione e la dolcezza di un commiato che sapeva di sorellanza.

Cinque minuti dopo, il rombo del motore della potente berlina di Alexandre risuonò nel cortile principale. I fari si accesero come sciabole di luce contro i vetri rotti della villa. La macchina scattò in avanti, i pneumatici che slittavano sulla ghiaia bagnata. Il cancello si aprì con uno schianto e la vettura sfrecciò a fari spiegati lungo Rue des Violettes, svoltando a sinistra verso la statale.

Come previsto, la berlina scura ferma al margine del bosco accese immediatamente i motori, partendo all’inseguimento a ruote fumanti.

Dal retro della tenuta, una piccola utilitaria grigia senza pretese uscì silenziosa da un varco nascosto tra i cespugli di alloro. Alexandre era al volante. Isabelle sedeva accanto a lui, stringendo tra le mani la piccola chiave d’acciaio custodita nel pezzo di camoscio.

Prendendo strade secondarie immerse nella nebbia, tagliarono verso sud, immettendosi sull’autostrada del Sole in direzione di Lione e Nizza, mentre alle loro spalle la notte inghiottiva i segreti di mezza Francia.

PARTE 7 — IL SANTUARIO DI PIETRA

Il viaggio durò oltre otto ore. Mentre l’alba sorgeva livida e sbiadita sulla valle del Rodano, il profilo delle colline provenzali cominciò a delinearsi contro un cielo terso, spazzato da un vento gelido di maestrale che scacciava le nubi verso il mare aperto.

Alexandre non sentiva la stanchezza. Il caffè amaro inghiottito nelle stazioni di servizio abbandonate alle quattro del mattino gli bruciava lo stomaco, ma la mente era lucida, tirata come una corda di violino. Isabelle dormiva a tratti, sussultando a ogni curva, risvegliandosi con un respiro strozzato e cercando subito con la mano la presenza del figlio.

— Siamo quasi arrivati, disse Alexandre quando superarono il casello di Cagnes-sur-Mer. Riconosco queste strade. Mi portavi a prendere il gelato a La Colle-sur-Loup quando avevo nove anni. C’era un chiosco con le tende a righe rosse e bianche.

— E tu ti sporcavi sempre la camicia bianca con il pistacchio, disse Isabelle con un sorriso fioco, gli occhi arrossati. Tuo padre si arrabbiava tantissimo. Diceva che un Beaumont non doveva mai mostrarsi disordinato in pubblico, nemmeno a nove anni. Diceva che il disordine è l’inizio della debolezza.

— Mio padre era un uomo malato, mamma. Malato di potere, malato di controllo. E noi siamo stati le sue vittime per tutto questo tempo.

— Le vittime hanno il diritto di guarire, Alexandre. I complici no.

Saint-Paul-de-Vence apparve sulla cima del colle come una fortezza medievale sospesa tra i cipressi e le pietre grigie. Le mura merlate dominavano la valle. La proprietà dei Beaumont non si trovava all’interno del borgo fortificato, ma a un chilometro di distanza, isolata su un promontorio roccioso circondato da ulivi centenari e muri a secco: La Bastide des Cyprès.

La casa era una vasta costruzione seicentesca in pietra grezza, con persiane di legno grigio sbiadite dal sole e una torre d’angolo quadrata che svettava sopra il tetto di tegole provenzali. Un cancello arrugginito, bloccato da una catena pesante coperta di edera, sbarrava l’accesso al viale dei cipressi.

Alexandre scese dall’auto. Dal bagagliaio estrasse una cesoia d’acciaio comprata all’alba in una ferramenta di periferia ad Aix-en-Provence. Con due colpi secchi tranciò la catena arrugginita. Il metallo cadde a terra con un rumore sordo.

Spazzarono via i rami caduti e percorsero il viale a piedi, lasciando la macchina nascosta dietro una macchia di lecci secolari.

L’aria odorava di rosmarino selvatico e resina di pino. La villa sembrava disabitata da decenni. Le erbacce avevano invaso le terrazze di cotto, e rampicanti selvatici salivano lungo i muri di pietra fino alle finestre del primo piano.

Isabelle guidò Alexandre verso una porticina laterale della torre, coperta da un pergolato di vite canadese ormai secca.

— Questa porta conduce direttamente alla scala a chiocciola dello studio, spiegò la donna, la voce bassa, quasi timorosa di risvegliare gli spettri del passato. Henri teneva la chiave della porta principale a Parigi, ma lasciava sempre aperta la serratura di servizio per il giardiniere.

La porta era semplicemente accostata, bloccata da uno spesso strato di polvere e foglie secche. Alexandre la spinse con una spallata decisa. Il legno scricchiolò, sollevando una nuvola di pulviscolo che danzò nei raggi del sole mattutino.