— Non faranno sparire niente — tuonò una voce profonda dall’ingresso principale.
Sulla soglia della veranda c’erano quattro uomini in tuta tattica blu scuro, con la scritta GENDARMERIE stampata a caratteri riflettenti sul petto, i fucili d’assalto puntati verso il pavimento e le pistole d’ordinanza sguainate. Dietro di loro apparve la sagoma rassicurante di Maître Belmont, con il cappotto bagnato e il respiro calmo.
— Lascialo andare, Adrien — disse l’anziano avvocato con fermezza. — Il colonnello ha già disposto il fermo preventivo di Robert Vaneau presso i suoi uffici della camera di commercio venti minuti fa. La brigata speciale ha intercettato le chiamate tra questo signore e il suo datore di lavoro durante tutto il tragitto da Saint-Germain. È finita.
Adrien allentò lentamente la presa. Renaud scivolò sul pavimento, gemendo per il dolore alla spalla fratturata, mentre due gendarmi gli bloccavano i polsi dietro la schiena con le fascette di sicurezza.
Adrien si lasciò cadere in ginocchio accanto a Sophie.
— Sophie… mi senti? Sophie, guardami.
La donna aprì gli occhi faticosamente, sollevando una mano tremante per asciugarsi il sangue che le colava sulla guancia. Sorrise debolmente, un sorriso stanco ma intatto.
— I bambini… stanno bene, signore. Li ho chiusi a chiave dentro… non hanno visto niente questa volta. Ho detto loro… che stavamo giocando a nascondino.
Adrien sentì le lacrime bruciargli gli occhi, non lacrime di disperazione, ma di una gratitudine così profonda da risultare quasi insopportabile. Le prese la testa tra le mani e le baciò la fronte con infinita dolcezza.
— Grazie, Sophie. Grazie per averli protetti ancora una volta.
Si alzò e si diresse verso la porta del guardaroba sotto la scala. La serratura era intatta.
Bussò delicatamente con le nocche tre volte, secondo il segnale concordato che usava la sera prima della buonanotte.
— Lucas. Mathis. È papà. Potete uscire.
La chiave girò lentamente dall’interno. La porta di legno si aprì con un piccolo cigolio.
I due gemelli erano seduti sul pavimento tra i cappotti invernali, stretti l’uno all’altro come due cuccioli durante un temporale. Mathis teneva tra le mani un disegno spiegazzato che raffigurava una figura femminile con un abito blu — non rosso, ma blu cielo — e una grande casa con il fumo che usciva dal comignolo.
Quando videro Adrien, non piansero.
Lucas si alzò in piedi per primo. Guardò il padre, poi guardò la stanza sottosopra, i vetri rotti della veranda e infine i gendarmi che stavano portando via l’uomo con l’impermeabile grigio.
Il suo sguardo non era più quello spaventato e smarrito della sera in cui Victoria teneva il bastone d’ebano in pugno. C’era una consapevolezza nuova, antica e precoce, nei suoi occhi scuri.
— È andato via anche lui, papà? — chiese a voce bassa.
Adrien si inginocchiò sul parquet, allargando le braccia.
— Sì, Lucas. Sono andati via tutti. Non torneranno mai più.
Mathis si gettò per primo al collo del padre, seguito a ruota dal fratello. Adrien li strinse contro il suo petto con una forza disperata, sentendo i loro piccoli cuori battere all’unisono contro le sue costole. Rimasero così per lunghi minuti, mentre i gendarmi completavano i rilievi nel silenzio rispettoso della grande casa, e la pioggia all’esterno cominciava finalmente a diradarsi, lasciando spazio a una sottile lama di luce che filtrava attraverso le nuvole basse del tardo pomeriggio parigino.
PARTE 7 — IL TRIBUNALE E LA RESA
L’aula della corte d’assise di Parigi, situata nello storico palazzo di giustizia dell’Île de la Cité, era gremita fino all’ultimo ordine di posti quando, sei mesi dopo quel pomeriggio di violenza, si aprì il processo unificato per la morte di Claire Delcourt e per la rete di corruzione e riciclaggio legata al fondo fiduciario di Ginevra.
La presenza dei giornalisti era massiccia. Le prime pagine dei quotidiani nazionali avevano titolato per settimane sullo “Scandalo dei Revisori” e sul “Dramma della Scala di Meudon”, ma per Adrien Delcourt l’unica cosa che contava non era il circo mediatico che assediava la scalinata d’ingresso, bensì l’atmosfera austera e solenne all’interno dell’aula con i pannelli di quercia scura e i lampadari monumentali di bronzo.
Al banco degli imputati sedevano tre figure profondamente diverse, ma unite dalla medesima catena di menzogne.
Julien Marchand appariva distrutto, invecchiato di dieci anni, con i capelli radi e lo sguardo costantemente rivolto verso il banco di legno davanti a sé, incapace di sostenere la vista del pubblico.
Robert Vaneau, nonostante i mesi trascorsi in custodia cautelare, conservava una postura rigida, quasi aristocratica, sebbene il colletto della camicia fosse leggermente troppo largo per il suo collo dimagrito e le sue mani tradissero un tremito continuo che cercava di mascherare tenendole intrecciate sotto la falda della giacca.
E poi c’era Victoria.





