Adrien sentì un gelo improvviso salirgli dalle viscere fino alla gola. Le gambe gli cedettero leggermente; dovette appoggiare la schiena contro la muratura fredda della caldaia.

Non era stato un litigio occasionale degenerato in tragedia.

Victoria non era andata a casa loro quella notte per recuperare una semplice cartella di bilanci aziendali. Claire aveva in mano le prove per far crollare un intero sistema di corruzione politica e finanziaria che coinvolgeva figure di primissimo piano a Parigi. E Victoria, capendo che Claire non avrebbe ceduto a nessuna minaccia economica né a tentativi di conciliazione, era salita a quella casa con l’intenzione precisa di prenderle i faldoni a qualunque costo.

La presenza dei bambini sul pianerottolo era stato l’unico elemento imprevisto.

Quando Lucas e Mathis erano usciti dalla loro stanza con i piedini nudi sul parquet, Victoria aveva perso il controllo. Il bastone decorativo, un antico pezzo d’ebano africano che il padre di Adrien aveva portato da un viaggio coloniale e che era sempre rimasto come fermaporta accanto alla libreria dello studio, era diventato un’arma improvvisata non per colpire, ma per minacciare, per sbarrare la strada, per impedire a Claire di urlare e chiamare i vicini.

Adrien prese i tre quaderni, le chiavette USB e la fotografia. Rimise il lucchetto alla cassetta e la nascose nuovamente dietro la caldaia, coprendola con i detriti. Nessuno doveva sapere che lui era stato lì prima che avesse deciso la prossima mossa.

Uscì dalla villa col cuore che batteva a un ritmo disordinato, come un tamburo di guerra. Salì in auto, chiuse le portiere dall’interno e rimase per dieci minuti con le mani incollate al volante, a fissare le foglie bagnate che cadevano sul parabrezza.

La sua vita degli ultimi tre anni era stata una gigantesca finzione.

Dopo la morte di Claire, Victoria si era presentata al suo fianco come l’amica devota, la consigliera fidata, la donna che portava la spesa, che aiutava a scegliere gli abiti per i gemelli, che ascoltava pazientemente i suoi sfoghi notturni mentre lui beveva bourbon da solo nel soggiorno buio. Aveva pianto con lui. Aveva tenuto la mano di Lucas quando il piccolo aveva la febbre alta. Aveva cucinato le cene della domenica.

Tutto per assicurarsi che nessun investigatore andasse a scavare oltre la superficie dell’incidente domestico. Per assicurarsi che Adrien, consumato dal dolore e dal senso di colpa per essere stato assente quella sera, rimanesse docile, addormentato, grato per quella presenza femminile che sembrava ricostruire le macerie della sua famiglia.

E se lui non fosse tornato quel giorno da Lione con ventiquattro ore di anticipo?

Se non fosse entrato mentre Sophie faceva da scudo ai bambini sul tappeto?

Adrien strinse i denti fino a farsi male alle gengive. Mise in moto la macchina e imboccò l’autostrada verso Parigi. Non andò a casa. Non andò alla polizia.

Prese la tangenziale e si diresse verso il quattordicesimo arrondissement, verso l’indirizzo privato di Maître Étienne Belmont, il vecchio avvocato di famiglia che aveva curato la successione di suo padre e che si era ritirato dagli affari penali da quasi dieci anni. Un uomo di cui Adrien sapeva di potersi fidare ciecamente.

PARTE 5 — IL SILENZIO DI SENLIS

Lo studio di Maître Belmont profumava di tabacco da pipa e carta ingiallita. Dietro la pesante scrivania di noce, l’anziano giurista, con i capelli completamente bianchi e gli occhiali con la montatura d’oro appesi al collo con una catenella, esaminava la fotografia di Nizza con una lente d’ingrandimento.

— Robert Vaneau — disse Belmont con un tono che non tradiva sorpresa, ma una profonda, amara rassegnazione. — Suo padre, Adrien, mi diceva sempre: guardati dagli uomini che non hanno mai un capello fuori posto e che siedono contemporaneamente nei consigli d’amministrazione delle banche e nelle commissioni di vigilanza dello Stato. Claire aveva messo le mani nell’ingranaggio più pericoloso della Repubblica.

— Questo materiale basta a riaprire l’istruttoria con l’accusa di omicidio volontario premeditato? — chiese Adrien. La sua voce era priva di sfumature, tesa come una corda di violino.

Belmont posò la lente e guardò il suo interlocutore negli occhi.

— Se lo portiamo a un magistrato ordinario oggi pomeriggio, la notizia uscirà sui giornali entro domattina. Vaneau ha informatori ovunque, compreso il palazzo di giustizia. Prima ancora che venga emesso un mandato di comparizione nei suoi confronti, i documenti nella cassaforte di Senlis scompariranno, e l’anonimo che ti ha lasciato la lettera potrebbe fare una brutta fine. O peggio: Marchand potrebbe ritrattare le sue ammissioni preliminari per paura di ritorsioni in carcere. Un detenuto a Fleury-Mérogis può scivolare sotto la doccia o ingerire una dose fatale di barbiturici con sconcertante facilità.

— Allora cosa dobbiamo fare?

— Dobbiamo recuperare le copie originali a Senlis. Subito. Prima che qualcuno capisca che la cassetta di Saint-Germain è stata violata. E poi, Adrien, dobbiamo usare la leva che Victoria teme di più.