— Monsieur… l’ho visto dalla finestra della cucina — disse Sophie, e la sua voce si ridusse a un sussurro strozzato. — Non è uno sconosciuto. L’ho visto alle udienze preliminari, seduto dietro i difensori. È l’assistente personale di Robert Vaneau.

Adrien chiuse la chiamata senza aggiungere una parola. Si voltò verso Belmont.

— Sapevano della casa di Saint-Germain. Ci hanno seguiti, o sapevano che avremmo trovato la pista prima o poi. Vogliono chiudere i conti prima che possiamo parlare.

Belmont tirò fuori dalla tasca il suo vecchio telefono cellulare e compose un numero a memoria.

— Non chiamare la polizia locale — disse a voce alta, con l’autorità di chi per quarant’anni ha navigato nei corridoi del potere giudiziario. — Chiamo direttamente il colonnello della Gendarmeria della sezione investigativa speciale di Versailles. È un vecchio allievo di mio fratello. Loro non rispondono ai commissariati di quartiere. Ma tu devi correre, Adrien. Corri per i tuoi figli.

PARTE 6 — IL RITORNO DELLA TEMPESTA

I quaranta minuti impiegati per tornare da Senlis alla villa nella periferia parigina furono i più lunghi dell’esistenza di Adrien Delcourt. Il motore della berlina ruggiva sotto la pioggia battente, le ruote fendevano le pozzanghere sollevando grandi ali d’acqua sporca contro i guardrail dell’autostrada. Ogni semaforo rosso superato a velocità sostenuta era una scommessa contro il destino, ogni chilometro una preghiera disperata rivolta non a un dio lontano, ma alla memoria di Claire, affinché vegliasse su quei due gemelli che avevano già visto troppo orrore in quella casa maledetta.

Quando Adrien svoltò nella via residenziale alberata, la strada appariva spettrale. Nessuna volante della polizia era ancora visibile. Davanti al cancello monumentale della sua proprietà stazionava un’Audi nera con i vetri oscurati, con il motore acceso e i fari di posizione inseriti.

Il cancello pedonale era socchiuso: la catena di sicurezza era stata tranciata di netto con una cesoia idraulica, lasciata cadere nell’aiuola bagnata.

Adrien non esitò. Invece di frenare, premette l’acceleratore e speronò deliberatamente la fiancata posteriore dell’Audi, facendola sbandare sul marciapiede contro il tronco di un platano con un fracasso tremendo di lamiere accartocciate e cristalli in frantumi.

Scese dall’auto prima ancora che il fumo del radiatore smettesse di sollevarsi. In mano stringeva la pesante chiave a croce per i dadi delle ruote.

Dalla porta finestra della veranda, i cui vetri inferiori erano stati spaccati con un sasso da giardino, giungevano rumori sordi di colluttazione, seguiti dal grido acuto di Mathis.

— Papà!

Quel grido scatenò in Adrien una furia cieca, antica, primordiale. Attraversò il prato a falcate rabbiose, scivolando sul fango senza curarsene, ed entrò nella veranda scavalcando i cocci di vetro.

Il soggiorno era a soqquadro. Le mensole della libreria erano state rovesciate, i cassetti della scrivania gettati a terra con il loro contenuto di carte e bollette sparso ovunque. Al centro della stanza, Sophie era a terra, con il grembiule strappato e un rivolo di sangue che le scendeva dalla tempia sinistra. Ma teneva ancora le braccia serrate attorno alle gambe di un uomo alto, vestito con un impermeabile grigio scuro, che cercava di divincolarsi per raggiungere la porta del guardaroba sotto la scala.

L’uomo teneva in pugno una cartella di cuoio e un piede di porco.

Quando sentì i passi pesanti di Adrien, si voltò di scatto, sollevando il ferro per colpire.

Era Antoine Renaud, il segretario particolare di Robert Vaneau, un uomo sulla quarantina con il viso affilato e lo sguardo spento di chi esegue ordini senza alcuna emozione.

— Fermo lì, Delcourt — disse Renaud, ansimando leggermente. — Non rendere le cose peggiori di quelle che sono. Dacci ciò che Claire ha lasciato a Senlis e chiudiamo questa storia. Nessuno toccherà i tuoi figli.

Adrien non parlò. Non c’era spazio per le parole, per i negoziati, per le spiegazioni legali. Con un movimento rapido, evitò il fendente goffo del ferro e scagliò la chiave d’acciaio contro la spalla dell’aggressore. L’impatto fu secco, accompagnato dal rumore sordo dell’osso che cedeva.

Renaud cacciò un urlo strozzato e lasciò cadere il piede di porco. Adrien gli fu addosso prima che potesse riprendersi. Lo spinse con tutto il proprio peso contro il mobile basso del soggiorno, lo stesso mobile accanto al quale diciotto mesi prima era posato il bastone d’ebano.

— Hai toccato la mia famiglia — ringhiò Adrien, stringendogli la gola con una mano e immobilizzandogli il braccio ferito con l’altra. — Sei entrato in questa casa dove mia moglie è morta. Dimmi chi ti ha mandato. Dillo ad alta voce, adesso!

— Lo sai già… chi mi ha mandato — rantolò l’uomo, mentre il suo viso assumeva una tonalità violacea sotto la pressione delle dita di Adrien. — Vaneau… non lascerà… che quel fascicolo arrivi in tribunale. Ha già parlato con il procuratore aggiunto… faranno sparire tutto…